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Libri

Studi giotteschi

Giotto e il «campanile»

Nuove ricerche sul polittico di Bologna, «firmato» dal pittore, e sulla Mostra del 1937 a Firenze divenuta, nelle mani del regime, una festa del provincialismo italico

Il manifesto della Mostra Giottesca del 1937 a Firenze

Gli scritti su Giotto sono un fiume che non conosce interruzioni. In questi ultimi due anni si sono particolarmente infittiti: ed eccoci ora, a inizio 2010, a commentare la pubblicazione di due libri, che si accostano al tema giottesco a partire da due ben distinti punti di vista.
La firma di Giotto
Il primo è un delizioso piccolo libro, pubblicato dal Centro Di per la Soprintendenza per i Beni storici e artistici di Bologna, nella cui Pinacoteca Nazionale è conservato il polittico che reca la firma del pittore, «opus magistri iocti de florentia»: una delle tre firme di lui conosciute, insieme a quella sulle Stigmate di san Francesco al Louvre e del polittico Baroncelli di Firenze. È un dato, quello della «firma», spesso considerato controverso: talvolta infatti può essere uno stratagemma per conferire valore a un’opera realizzata principalmente dalla bottega. Ma nel caso del polittico bolognese, la qualità dell’opera è al di sopra dei ragionevoli dubbi, il suo valore pittorico e storico è indiscusso: nel 2005-2006 la bella mostra tenuta al Museo Civico bolognese ricostruì con precisione i dettagli del «progetto» cardinalizio e pontificio della Rocca di Galliera, e ora questo nuovo libro ancor più lo attesta con ricchezza di dati e di analisi.
È un libro dossier interdisciplinare: a uno scritto sapiente di Julian Gardner, che sottolinea gli aspetti innovatori del programma iconografico, si affiancano molti interventi firmati dai tecnici e dai restauratori, che scandagliano la realtà materiale del dipinto, ne rivelano la ricchezza dei pigmenti e il sistema delle stesure pittoriche, ne indagano l’architettura lignea; ne studiano in modo oggettivo e onesto la questione delle scritte graffite sul retro del polittico. Si aggiunge un piccolo e bel pezzo di Andrea G. De Marchi sugli ori di Giotto: il più aniconico dei suoi campi espressivi, ma non l’ultimo, o meno significativo.
Costruito per esser trasportato (gli scomparti sono programmati per il montaggio in situ), il polittico è un tipico esempio di opera realizzata «in studio»; ma proprio le indagini di Cauzzi e Seccaroni mostrano in quale raffinato modo la tecnica «su tavola» di Giotto si avvicini poi a quella su muro: ad esempio nell’uso del disegno preparatorio, disinvoltamente sfruttato in relazione allo stadio finale pittorico, lasciato talvolta a vista, fatto funzionare come sottosquadro della superficie dipinta. È una delle tante prove della sprezzatura giottesca: e anche la dimostrazione di quanto profonda fosse la partecipazione del maestro a tutte le fasi della realizzazione dell’opera, non disdegnandone nessuna come troppo artigianale, in una competenza profonda e amorosa del valore decisivo del materiale per la riuscita dell’esito visivo finale.
100% italico
Di tutt’altro tipo l’altro dei volumi: un lavoro deliberatamente storiografico, che analizza un evento, la celebre Mostra giottesca del 1937, usandola come trampolino per scandagliare l’episodio storico non solo per quel che esso significò in termini di politica del regime, ma anche come tappa della fortuna critica di Giotto, e della progressiva fabbricazione delle conoscenze a suo riguardo. L’idea nasce anche nel quadro delle ricerche promosse da Enrico Castelnuovo alla Normale di Pisa; e Alessio Monciatti ha inteso la questione in modo giustamente molto largo, indicando come la Mostra, nata come evento sostanzialmente locale e anche in parte come rassegna dei restauri e delle riscoperte dei dipinti su tavola toscani di XIII e XIV secolo, diventasse nell’ottica del regime una manifestazione di significato nazionale, celebrativa di valori che oltrepassavano di molto, e in buona parte deformavano, quelli della ricerca storica sull’artista e sul suo tempo.
Nel comitato organizzatore mancavano imperdonabilmente nomi come quello di Pietro Toesca, non c’era alcuno studioso non italiano: insomma una festa del provincialismo italico applicato a un artista così grande da sopravvivere anche ai peggiori trattamenti. Dalla Mostra, e seguendone i temi, Monciatti arriva fino ai giorni nostri, nel tentativo di fare un punto sulle principali questioni sollevate dal progetto del 1937. Non so se la scommessa sia del tutto riuscita, troppo vasta essendo, a questo punto, la somma dei rivoli attuali da seguire; un po’ come avvenne nel ’37, molto del non italiano resta fuori dal panorama. Peccato, in special modo, che nel libro, che è uscito a febbraio del 2010, manchi tutta la bibliografia degli ultimi due o tre anni: fra 2008 e 2009, molta acqua è scorsa sotto i ponti, e alcune questioni trattate in questo libro erano già state discusse in interventi e contributi pubblicati negli ultimi anni. Ciò nonostante, il libro si legge bene, e costituirà un punto di passaggio molto interessante negli studi futuri su Giotto e sulla percezione che si ha di lui, e dell’«origine dell’arte nostra».
© Riproduzione riservata

Il polittico di Giotto nella Pinacoteca Nazionale di Bologna. Nuove letture, a cura di Diego Cauzzi e Claudio Seccaroni, 112 pp., ill. colore e b/n, Centro Di, Firenze 2009, euro  20,00

Alle origini dell’arte nostra: la mostra giottesca del 1937 a Firenze, di Alessio Monciatti, 256 pp., ill., il Saggiatore, Milano 2010, euro  22,00

Serena Romano, da Il Giornale dell'Arte numero 298, maggio 2010


  • Vittorio Emanuele III, accompagnato da Ugo Ojetti e Giuseppe Bottai, si dirige verso l’uscita della mostra gi Giotto, Firenze, 1937.

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