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Mostre

Sydney

Biennale oceanica ma non pacifica

Conflitti, colonialismi, globalismi e altri scheletri nell'armadio

Martyn Jacques del gruppo Tiger Lillies in una performance alla Biennale di Sydney

sydney. La XVII Biennale di Sydney, che si tiene dal 12 maggio al primo agosto, s’intitola «The Beauty of Distance: Songs of Survival in a Precarious Age» (La bellezza della distanza: canti di sopravvivenza in un’epoca precaria). Diretta da David Elliott, la rassegna, che non esclude tra i suoi temi quello della brutale colonizzazione dell’Australia, si sviluppa in sette spazi della città e allinea 200 artisti. Superstar come  Bill Viola, Paul McCarthy, Steve McQueen, Rodney Graham, Isaac Julien, Louise Bourgeois, John Bock, Raqib Shaw e AES+F, espongono accanto ad artisti australiani e aborigeni. Elliott ha scelto come sedi centri d’arte contemporanea, tra i quali il Museum of Contemporary Art, e altri siti come l’Opera House, l’Harbour Bridge, la storica prigione di Cockatoo Island e la centrale elettrica costruita nel 1839. Il direttore spiega che il tema scelto per la biennale prende in esame «il fenomeno sociale della distanza, non più considerata negativamente grazie alla facilità dei trasporti e della comunicazione globale». Il titolo indica la volontà di esplorare concetti come la difficoltà di conservare le culture tradizionali in un mondo globale e multiculturale. Elliott, già direttore del Moderna Museet di Stoccolma e del Mori Art Museum di To-kyo, sostiene che questa biennale gli ha offerto l’opportunità di presentare opere scoperte in Paesi diversi: «Ultimamente mi interessa molto il concetto di qualità. In questo scenario internazionale la qualità sta diventando uno dei pochi fattori discriminanti a nostra disposizione». Elliott ha scelto i siti del patrimonio nazionale per la loro storia, incaricando diversi artisti di creare opere site-specific. «Non è possibile ignorare quello che è successo in questi luoghi, dichiara. Molte cose buone e cattive sono state fatte nel nome dell’Illuminismo e non possiamo fingere che non siano mai esistite». Isaac Julien, ad esempio, è uno degli artisti il cui contributo alla Biennale è strettamente connesso al suo contesto londinese. Il suo film «Ten Thousand Waves (Better Life)», proiettato su nove schermi, esamina l’impatto e le connotazioni emotive della diaspora culturale. L’opera, proiettata all’interno di una struttura temporanea nel quartiere dell’Harbour Rocks, dove attraccò Cook per la prima volta 250 anni fa, si basa sulla storia di un gruppo di immigrati clandestini cinesi morti annegati nel 2004 al largo di Morecambe Bay, in Inghilterra, mentre raccoglievano frutti di mare. Hiroshi Sugimoto presenta nuove opere: l’installazione, nel filone dei suoi recenti lavori con light box di grandi dimensioni, propone immagini realizzate con scintille elettriche, ed è esposta nella centrale di Cockatoo Island. Costruita all’inizio dell’Ottocento come prigione imperiale, l’isola è anche la location di una performance della band Tiger Lillies. L’opera, descritta dal gruppo come «postpunk e neo-brecthiana», e dedicata al crimine e alla reazione della società, è presentata nell’ambito di un programma di performance messo a punto insieme a SuperDeluxe, uno dei principali collettivi di musica sperimentale di Tokyo.

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William Oliver, edizione online, 3 maggio 2010



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