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Mostre

Firenze

La Metafisica è un enigma dantesco

De Chirico, Magritte, Ernst, Balthus e altri fondatori ed eredi di un’avanguardia nata davanti a Santa Croce

Giorgio de Chirico, «Mobili nella valle», 1928, olio su tela, 81,5x100 cm. Ginevra, Galerie Krugier & Cie, inv. JK 6389

firenze. Proprio nel corso di un viaggio a Firenze, in un «chiaro pomeriggio d’autunno», Giorgio de Chirico, seduto su una panchina di piazza Santa Croce, che al centro recava la statua di Dante (spostata ora contro la facciata della chiesa), ebbe la «strana impressione di vedere quelle cose per la prima volta. (...) Un momento che è tuttavia un enigma per me, perché è inesplicabile. Perciò mi piace  chiamare enigma anche l’opera che ne deriva». Era il 1909 e si apriva la stagione della Metafisica, ovvero la ricerca della realtà autentica e profonda delle cose, al di là della loro apparenza materiale, e che non trova la sua soluzione nel mondo tradizionale e ideale dello spirito, ma in una concezione nichilistica della realtà e della materia stessa, maturata da De Chirico sulle letture di Eraclito, Schopenhauer e Nietzsche. Una mostra aperta dal 26 febbraio al 18 luglio a Palazzo Strozzi, intitolata «Uno sguardo sull’invisibile» (catalogo Mandragora), non si concentra solo su De Chirico, di cui sono esposti capolavori quali l’«Autoritratto» del 1911, l’«Enigma dell’arrivo e del pomeriggio» (1911-12), la «Nostalgia dell’infinito»  (1912), fino a «Paesaggio romano» (1922), ma spazia sui rapporti che la sua concezione artistica intrattenne con quella di alcuni illustri contemporanei, influenzandone l’operato e aprendo a quella «nuova visione nella quale lo spettatore ritrova il suo isolamento e intende il silenzio del mondo», come gli riconoscerà Magritte. Lo stesso pittore belga è presente  con opere chiave quali «La condizione umana», «Il senso della notte» e «La chiave dei sogni». Vengono poi le indagini sui labili confini che separano volontà e coscienza creativa di Max Ernst, di cui si evidenzia il dialogo con De Chirico anche attraverso l’opera grafica, la dimensione dell’erotismo, che spezza la solitudine esistenziale, di Balthus (in mostra «Passage du Commerce Saint-André», la «Place de l’Odéon»), ma anche Carrà con il celebre «Il gentiluomo ubriaco» o «L’ovale delle apparizioni», Savinio, Morandi con le sue nature morte metafisiche, e, tra gli outsider, Arturo Nathan e Pierre Roy. Nove opere di Niklaus Stoecklin documentano uno dei maggiori rappresentanti del Realismo magico di area tedesca. Il progetto scientifico della mostra è di Paolo Baldacci, Gerd Roos e Guido Magnaguagno. 
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Laura Lombardi, da Il Giornale dell'Arte numero 295, febbraio 2010


  • Niklaus Stöcklin, «Manichino per parrucche con pera-salvadanaio (Perückenstock mit Sparbirne)», 1929, olio su tela, 47x38 cm. Collezione privata
  • Carlo Carrà, «Il gentiluomo ubriaco», 1916, olio su tela, 60x45 cm. Collezione privata
  • Giorgio de Chirico, «L'enigma dell'arrivo e del pomeriggio (L'enigme de l'arrivée e de l'après-midi)», 1911-12, olio su tela, 70x86,5 cm. Collezione privata

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