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Roma

Come eravamo

Al Macro la rivisitazione di due storiche mostre romane curate negli anni Sessanta da Achille Bonito Oliva

Achille Bonito Oliva e Graziella Lonardi con il manifesto di Vitalità del negativo nell’arte  italiana 1960/1970

roma. Cambio di scena al Macro, fino al 5 aprile, con cinque nuovi eventi. Il direttore Luca Massimo Barbero e la curatrice Francesca Pola, per il ciclo «Macroradici», propongono «La Nostra Era Avanguardia», una rilettura di due mostre, anello di congiunzione tra le avanguardie degli anni Sessanta e quelle del decennio successivo: «Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960/70», che nel 1970 trasformò Palazzo delle Esposizioni in un contenitore multimediale, e «Contemporanea», che nel 1973  occupò il parcheggio sotterraneo di Villa Borghese, chiamando al lavoro artisti, videomaker, danzatori, con Rauschenberg, Warhol, Trisha Brown e tanti altri. Motore delle due rassegne fu Graziella Lonardi Buontempo, promotrice d’iniziative cruciali nel campo del contemporaneo a Roma. Entrambe le mostre costituirono due rivoluzionari modelli («Contemporanea» figura tra le trenta mostre più importanti del ’900), essendo state concepite dal loro curatore, Achille Bonito Oliva, come laboratori critici aperti, con il melting pot di generazioni e ricerche. In mostra al Macro un centinaio di fotografie di Ugo Mulas scattate durante «Vitalità del negativo», e quelle di Massimo Piersanti durante l’«invasione» del parcheggio di Villa Borghese, oltre a opere, lettere, documenti. A porre lo spettatore in una posizione antropocentrica, da dove può cogliere tanto la totalità dell’insieme quanto i minimi dettagli, è un’installazione di Ilya Kabakov, padre del Concettualismo russo e di sua moglie Emilia, «The Blue Carpet» (1997): il pavimento di una sala è coperto da un tappeto blu, circondato lungo il perimetro da piccoli quadri appoggiati alle pareti. Ha scritto Ilya Kabakov a proposito di quest’opera: «Quello che amo di più è sdraiarmi sulla schiena e guardare in alto; le pareti della stanza scompaiono e l’immaginazione mi fa volare». Altro spazio da «attraversare» è «Costume interiore», un’installazione  di Enzo Cucchi, già al Museo Capodimonte di Napoli, anche se differentemente montata, e ora nella hall del Macro. Al suo interno sono impresse immagini dal senso mitico, favoloso, che testimoniano della dimensione oscura ritrovata dall’autore dell’«uomo primordiale», che, spiega Jung, «era il tutto e tutto era in lui». Per il ciclo «Roommates» si confrontano poi Valentino Diego e Pietro Ruffo, scelti rispettivamente da Sabrina Vedovotto e Ilaria Marotta, con il coordinamento di Costanza Paissan.
L’architettura d’autore degli anni Cinquanta e Sessanta è invece protagonista delle fotografie di Oscar Savio, visibili nelle cassettiere del Centro Ricerca e Documentazione (Crdav), dopo essere state catalogate e digitalizzate.

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 295, febbraio 2010



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