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Nominato alla Biennale e al MaXXI

Lo Sgarbo di Bondi ai «degenerati» contemporanei

Che cosa progetta Vittorio Sgarbi per il Padiglione Italia e per gli acquisti del Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Un'opera di Tano Festa

roma e venezia. Felice per la doppia nomina a Venezia e a Roma, Vittorio Sgarbi è un fiume in piena. Dichiara tutta la propria «alterità» rispetto al «sistema dell’arte» che ha fino ad ora retto le sorti del contemporaneo in Italia, ma, sotto sotto, non rinnega il passato e non rifiuta in toto i miti consolidati, nemmeno i maestri dell’Arte povera che sono stati l’oggetto dei suoi strali, anche recenti. «Non sono mica stupido. Non voglio certo dire, e non lo penso neanche, che Kounellis, Merz e Penone siano da rifiutare in blocco. Anzi. Voglio però che sia riconosciuto come legittimo, anche da un punto di vista culturale, che al loro fianco un museo d’arte contemporanea che si dice nazionale accolga anche, per rimanere a Torino, patria del poverismo, Carol Rama, Pinot Gallizio e, addirittura, Sergio Saroni e Ottavio Mazzonis. Pittori dalla mano felicissima». È una questione di «et et», quindi, «non certo di aut aut». Non lo sarà a Venezia, dove il Padiglione Italia del 2011, «benché richieda una riflessione con tempi lunghi, sarà una questione facilmente risolvibile per quanto problematica. Magari con l’aiuto di Gillo Dorfles». È però sul suo ruolo di «supervisore» agli acquisti del MaXXI, il museo nazionale delle arti del XXI secolo, che maggiormente ci si interroga. Perché si tratta di una figura fino ad ora non prevista (tant’è che non lo prevede lo statuto, da poco approvato, della nuova fondazione presieduta da Pio Baldi; cfr. n. 293, dic. ’09, p. 1); e perché la nomina è frutto di un rapporto diretto con il ministro Bondi con il quale, dice Sgarbi, «siamo tornati a parlarci dopo tanto tempo. Già a dicembre 2008, però, gli avevo espresso la necessità che gli acquisti del MaXXI fossero vagliati da una figura di garanzia». Figura oggi rappresentata dallo stesso Sgarbi: «La mia posizione non è ancora chiaramente configurata, ma posso dire che vigilerò non solo su ciò che si compra, ma anche su quanto lo si paga. Parlo per esperienza: non si era ancora iniziata la costruzione del MaXXI e già si acquistavano opere da esporre a prezzi del tutto incongrui rispetto a quelli delle gallerie d’arte. Prezzi certamente gonfiati. Vogliamo finire così anche oggi?». Questione centrale, quella che fino ad oggi ha suscitato le reazioni più accese, è in merito a «che cosa» acquistare: «Intanto, argomenta Sgarbi, bisognerebbe decidere quale tipo di museo si vuole, con quale vocazione: se “nazionale” oppure “internazionale”. Il criterio, in ogni caso, dovrebbe essere che siamo in Italia, e dovrebbe vedersi la differenza rispetto a un museo di Londra o New York». Come procedere, quindi, con gli acquisti? «Io dico solo, per il momento: perché Cattelan e Beecroft, e non Gnoli, Clerici, Guarienti o Cremonini? Se si vuole rappresentare una stagione e un gusto, diciamo la Pop art, ricordiamo che oltre a Lichtenstein c’è spazio anche per Schifano e Festa. Si può pensare a delle “quote” di italiani, così com’è stato per le acquisizioni dei musei nazionali per tutto il XIX secolo e oltre». Altro possibile discrimine, che attiena al concetto di «contemporaneo», è quello cronologico: «Credo che il MaXXI dovrebbe lavorare sulla generazione dei cinquantenni. Una “soglia” condivisa potrebbe essere il 1968 o il 1970, anno della morte di Domenico Gnoli. Ma il discrimine non può essere “tradizionale sì o no”: io Antonio López García e Lucian Freud li voglio al MaXXI».
Ma è a proposito dell’organigramma del MaXXI che Sgarbi parte lancia in resta: «Vorrei capire come sono state nominate Anna Mattirolo, direttore di MaXXI-Arte, e Margherita Guccione, direttore di MaXXI-Architettura. Secondo me, come per Pio Baldi, si tratta di nomine automatiche, per cosiddetta anzianità e non per competenze specifiche. I vertici di un nuovo museo di questa importanza dovrebbero passare attraverso un concorso, in cui avrei certamente da dire la mia, così come, diciamo, Fabio Benzi o Giovanni Lista. Oppure, quantomeno, si sarebbe dovuti passare attraverso una nomina diretta da parte del Ministro, magari anche attingendo all’interno delle Soprintendenze, come avviene peraltro per i Poli Museali di Roma, Firenze, Napoli e Venezia. Sarebbe stata, quantomeno, una scelta chiara. Così, invece... Anche da questo nasce la possibile contraddizione del mio ruolo, che non può certo essere di mero ragioniere». Da parte sua, Pio Baldi replica: «Se Sgarbi vorrà fornire i suoi suggerimenti, essendo un uomo colto e preparato, lo ascolteremo volentieri. Ma le nostre regole sono contenute nello statuto che prevede molto bene i tempi e i modi di qualsiasi acquisizione». Cioè: le proposte dei direttori, la valutazione del comitato scientifico, la ratifica del Consiglio di amministrazione. «Ma ci sono artisti molto bravi, ribatte Sgarbi, come Matthew Spender e Cordelia von den Steinen che senza di me al MaXXI non entrerebbero mai. Comprare Cucchi non è di per sé sbagliato, ma non basta perché non esaurisce il compito di un nuovo museo “nazionale”».
© Riproduzione riservata

Alessandro Martini, da Il Giornale dell'Arte numero 295, febbraio 2010


  • Un'opera di Bertozzi e Casoni
  • Un'opera di Ottavio Mazzonis
  • Un'opera di Fabrizio Clerici
  • Un'opera di Matthew Spender
  • Vittorio Sgarbi

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