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Editoriale

Tris d’assi (quasi un poker)

L’inizio dell’anno ci ha portato tre nomine fondamentali per chi ha ancora voglia di occuparsi delle cose dell’arte nel nostro amato Paese:
Roberto Cecchi, che sarà dal primo marzo il «director maximus» del Ministero nazionale preposto alle sorti del patrimonio e delle attività pubbliche;
Vittorio Sgarbi, che sarà non soltanto il mister incaricato di formare la nazionale che giocherà per noi nella nostra più importante mostra internazionale, la Biennale di Venezia, ma che sarà anche il grande inquisitore degli acquisti di quello che dovrebbe diventare il più importante museo d’Italia d’arte contemporanea, il MaXXI della capitale;
l’accoppiata Andrea Bellini e Beatrice Merz, che gestiranno il museo che nell’ultimo quarto di secolo ha costituito l’unico nostro campeón nel grande rodeo internazionale della modernità, la sola rappresentanza che l’Italia abbia avuto nella Società delle Nazioni dell’arte contemporanea, il Castello di Rivoli.
Tutti sono stati scelti per designazione divina, nel senso che le loro nomine sono calate dall’empireo politico. Cecchi e Sgarbi dal cappello del Ministro (entrambi sono editorialisti di lunga data di questo giornale), Bellini & Merz dagli alambicchi degli assessori culturali del Piemonte e di Torino (nella sostanziale indifferenza dei rispettivi Presidente regionale e Sindaco). A capire ciò che dal primo marzo aspetta Cecchi e ciò che ci aspettiamo da lui, dovrebbe aiutarci intanto il sostanzioso benservito scodellato dal suo predecessore Proietti nell’intervista in queste pagine. Intanto la coppia canora rivolese, Bellini & Merz, cerca di sintonizzare i primi gorgheggi confrontando le rispettive strategie e aspettative. I lettori si chiederanno: a prescindere dai metodi con i quali sono stati designati e dalla competenza dei loro designatori, sono buone scelte? Sono adeguati ai compiti? Aumenteranno la qualità delle istituzioni, miglioreranno le prestazioni rispetto ai predecessori? Sono quanto di meglio oggi potevamo permetterci?
Salvo Cecchi, il quale in qualità di grand commis dispone di un incontestabile stato di servizio ministeriale come Direttore generale (ma era stato anche Soprintendente molto apprezzato in città come Venezia e Milano, grande esperto nei rischi sismici, commissario straordinario in situazioni difficili come la Metropolitana di Napoli e nelle complesse problematiche archeologiche romane, dove peraltro deve navigare in pericolosa rotta di collisione con tonnellate di denaro e di interessi privati collegati ai nuovi insediamenti edilizi intorno a Roma), le altre scelte risentono fortemente di qualche cosa che non conosciamo bene: che cosa abbiano in mente i loro sponsor politici circa le istituzioni cui li hanno preposti, quale sia la loro effettiva consapevolezza del ruolo e dell’importanza culturale delle medesime. Per esempio, è innegabile che Sgarbi sia culturalmente uno degli storici dell’arte meglio preparati in Italia (non a caso ha correttamente dichiarato che sarebbe più adatto a dirigere l’Istituto Centrale del Restauro), ma non è solo per la sua incontenibile intemperanza che molti lo considerano non «sortable»: egli è certamente un oppositore scomodo e niente affatto gradito per il rigido, compassato conformismo accademico dominante nel contemporaneo (i cui vari musei nel mondo non si distinguono certo per la varietà dei contenuti, pressoché identici, diversificati non a caso soprattutto dalle sole ardite architetture dei contenitori). Sgarbi è invece il (popolare) sostenitore di artisti raffigurativi, in genere talentuosi, ma che si distinguono nettamente per il carattere tradizionale e narrativo delle loro opere dalle produzioni giocherellone di origine concettuale e astratta (ma non solo) predominanti nel sistema internazionale vigente del contemporaneo, rigidamente controllato da alcuni leader del mercato che qualcuno ha paragonato a «capicosche». Che le due più appetitose occasioni italiane come Venezia e ancor più il museo di Zaha Hadid possano, a causa del Giamburrasca Sgarbi, sfuggire al controllo del sistema e anzi contrapporsi al medesimo con alternative atipiche, «retrograde», affidate a un passatista, è certamente irritante, quasi insopportabile per la fratellanza collezionistico-mercantile che infatti ha reagito con indignazione e scandalo alla notizia e nel migliore dei casi ha pronunciato dei «no comment» frementi di malcelato sdegno rabbioso.
Chi ama la corrida e il grand guignol avrà da divertirsi. L’arte contemporanea è un ordine monastico, severo, paludato e impettito, i cui cardinali sono refrattari al sense of humour e non ammettono di essere presi in giro né di venire contraddetti: è improbabile che tollereranno le provocazioni di Sgarbi (ormai 57enne, ma non ancora placato) e i danni che l’enfant terribile potrà infliggere ai loro affari con l’intrusione di un terzo mercato. Di segno opposto sono la confidenza e la compiacenza professionale di Bellini per un certo mercato, difficilmente temperate (benché fosse proprio a questo scopo dovuta l’intenzione di affiancargli un partner) da una vocazione, dicesi ma non si sa quanto, più museale della figlia di Mario e Marisa Merz. Di sicuro i politici non li hanno scelti per suscitare scandalo, semmai per la propria incapacità di concepire alternative  (Bondi aveva candidamente dichiarato le proprie incompatibilità), ma l’ambiente si surriscalderà. Il rischio è mandare tutto a carte quarantotto: Biennale, MaXXI e Rivoli. Di soldi infatti nessuno parla. Con questo tipo di arte le nozze non si fanno con i fichi secchi. Né gli amministratori pubblici possono pensare di  cavarsela con il polverone delle nomine. Qualcuno i soldi dovrà «cacciarli» e la penuria pubblica potrebbe facilmente permettere l’entrata in scena di salvifici quanto intraprendenti outsider privati capaci di prendere il controllo della situazione a proprio esclusivo vantaggio. Com’è avvenuto a Venezia, checché ne dica Cacciari, con Palazzo Grassi e Punta della Dogana.
© Riproduzione riservata

da Il Giornale dell'Arte numero 295, febbraio 2010



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