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Intervista

Il Risiko nell’amministrazione dei Beni culturali italiani

Me ne vado per fare l'archeologo (e per una ragione che non dico)

Dal primo marzo Giuseppe Proietti lascia il vertice del Mibac: per lui la Soprintendenza archeologica di Roma

Giuseppe Proietti

roma. Novità importanti nel quadro dirigente Mibac: il segretario generale Giuseppe Proietti ha deciso di andare in pensione dal prossimo primo marzo. Sono state quindi avviate dal ministro Bondi le procedure (approvazione del Consiglio dei Ministri e successiva firma del Capo dello Stato) per la nomina al suo posto dell’attuale direttore generale per il paesaggio, le belle arti, l’architettura e l’arte contemporanee Roberto Cecchi; sembra sia inoltre in preparazione la prospettiva di una nomina di Proietti, come esperto esterno all’amministrazione, a Soprintendente ai beni archeologici di Roma, incarico fino ad oggi rivestito da Angelo Bottini, a riposo dal prossimo 8 marzo. Infine diversi direttori regionali dovranno forzatamente lasciare il Ministero, in applicazione di una direttiva del ministro Bondi che ha stabilito per il Mibac l’applicazione sistematica della facoltà riconosciuta alle pubbliche amministrazioni, per il triennio 2009-11, di risolvere il rapporto di lavoro dei dipendenti con 40 anni di anzianità contributiva, con preavviso di sei mesi e a prescindere dall’età, ferme restando le norme circa la decorrenza dei trattamenti pensionistici (decreto legge n. 78/2009, convertito dalla legge 102/2009). Il Ministro ha previsto inoltre per il solo Segretario generale la possibilità di esercitare la facoltà prevista dalle norme di mantenere in servizio dipendenti per ulteriori due anni in deroga al limite generale dei 65 anni di età. Non si può non domandarsi se scelte così rigide e generalizzate circa i termini di pensionamento di tutto il personale, compresi gli esperti più specializzati e i dirigenti, sia la migliore per un’amministrazione il cui problema principale non sembra essere il rinnovamento dei quadri tecnici e amministrativi, ma la loro continuità e possibilità di ricambio.
Professor Proietti, perché va in pensione?
È una scelta personale: preferisco tornare a operare più pienamente sul terreno archeologico, che ho seguito per buona parte della mia vita.
Ci sono anche ragioni di dissenso con il Ministro, scelte che non ha condiviso?
Assolutamente no. Sono un funzionario, ho sempre lavorato con il massimo impegno e la massima convinzione, non c’è nulla che non ho condiviso. Il Ministro mi ha chiesto di restare, anche oltre i limiti di età, come è consentito dalla legge. Come le ho detto, è una scelta personale, motivata anche da un’altra ragione, di cui per ora non è opportuno parlare.
Torneremo a parlarne quando riterrà di farlo?
D’accordo. Ma parlando di oggi, abbiamo concordato con il Ministro che continuerò a seguire alcuni grandi progetti internazionali di restauro, di cui mi sto occupando da tempo. In Cina, la Sala del Trono nella Città proibita; in India, i dipinti murali di episodi della vita di Buddha di una delle meravigliose grotte di Ajanta; in Iran, una torre della cinta muraria e il caravanserraglio di Bam, cittadella grandiosa distrutta il 26 dicembre 2003 da un terremoto, dove siamo gli unici a lavorare insieme agli iraniani, nonostante le molte promesse di altri Paesi; inoltre, sempre in Iran, avvieremo in febbraio i primi sopralluoghi sulla tomba di Ciro il grande, non distante da Persepoli, monumento a gradoni di pietra di grandissima suggestione per la sua posizione in una pianura circondata da montagne innevate e per la sua assoluta semplicità; in Iraq, il recupero del Museo nazionale di Baghdad; in Israele, il restauro dei Rotoli del Mar Morto; in Egitto, il nuovo progetto di allestimento del Museo del Cairo. Tutti progetti che facciamo su richiesta dei governi interessati, progetti affidati al nostro Paese per il prestigio della scuola italiana di restauro.
A questo proposito, che cosa pensa dei recenti provvedimenti sui requisiti per l’esercizio della professione di restauratore? Ci sono state anche contestazioni, soprattutto da parte di coloro che attualmente esercitano la professione e che in molti casi non potranno più farlo.
Quei provvedimenti tendono a mantenere al restauro italiano il livello di eccellenza e di assoluto primato che ha nel mondo, eccellenza che dovrebbe stare a cuore a tutti. Riprenderanno quest’anno i corsi dell’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro e dell’Opificio delle Pietre Dure, passando da quattro a cinque anni con un diploma equipollente a laurea specialistica. È essenziale che venga mantenuto questo livello; capisco le proteste e le difficoltà, ma non si può mettere sullo stesso piano percorsi formativi di questo genere con brevi corsi di qualche mese. Come accade per altre professioni, gli attuali operatori di restauro non specializzati potranno continuare a lavorare collaborando con operatori in possesso delle necessarie qualificazioni: esistono bravissimi geometri che non possono firmare certi calcoli o progetti, riservati a ingegneri o ad architetti...
Anche per il restauro la questione più critica è la mancanza di risorse, come in generale per i Beni culturali?
Certo, le risorse. Ma dobbiamo essere più consapevoli del fatto che il nostro sistema di conservazione e di restauro è un modello esemplare per tutto il mondo; non abbiamo idea di quanto prestigio lo circondi, sia per il quadro normativo di tutela, sia per il corpo delle Soprintendenze, per l’eccellenza dei corpi tecnici. Non sottovalutiamo il nostro valore. In generale per il Ministero le risorse sono diminuite leggermente per il funzionamento, in misura maggiore per la conservazione; ma restiamo un modello e dobbiamo riuscire a mantenere il nostro primato.
Come vede in questa fase lo stato dell’amministrazione dei Beni culturali, dopo l’ultima tappa della sequenza forse eccessiva di riforme che hanno toccato il Ministero?
È naturale che i processi di riorganizzazione incidano sulla normale attività. Per molto tempo le riforme hanno inciso soltanto sull’organizzazione centrale, a cominciare dalla stessa istituzione del dicastero, costituito accorpando alcune Direzioni generali di altri Ministeri. Di recente si è intervenuto sull’articolazione territoriale, ovvero sulle Soprintendenze che sono state e sono il corpo vivo della tutela e della conservazione, e l’anima del Mibac. C’è stato un passaggio di competenze dalle Direzioni generali centrali a quelle regionali, e dalle Soprintendenze alle Direzioni regionali, che oggi sono il nodo cruciale del Ministero. Questo ha affievolito il ruolo delle Soprintendenze, e forse c’è bisogno di dare loro nuove sollecitazioni, di «riaccenderle» in qualche misura...
Come valuta le polemiche che hanno riguardato la riorganizzazione centrale del Mibac, in particolare l’accorpamento di molte competenze nella Direzione generale per il paesaggio, le belle arti, l’architettura e l’arte contemporanee?
Molte competenze sono passate alle Direzioni regionali, quindi non si tratta di un pachiderma. D’altronde sino a pochi anni fa c’era un’unica Direzione generale per i beni archeologici, architettonici, artistici e storici: quindi si è pressappoco tornati alla realtà precedente. D’altronde si dovevano sopprimere delle Direzioni generali. Credo che quell’accorpamento sia stato il male minore.
La nuova Direzione generale per la valorizzazione?
La sua introduzione è assolutamente positiva. È estremamente importante, tanto più in questa fase in cui stiamo cercando di uscire dalla crisi, la valorizzazione turistica dei nostri beni.È necessario che ci sia nel Ministero, accanto alle strutture dedicate alla conservazione, chi possa pensare alla valorizzazione. È importante potersi avvalere anche di specialisti di aspetti legati ai flussi turistici, a strumenti di documentazione e comunicazione, che all’interno del Mibac non abbiamo. Pensiamo alla competizione internazionale su questo piano, a quello che fa ad esempio la Francia, alle prospettive di sviluppo del turismo dai nuovi Paesi che hanno raggiunto redditi adeguati. Pensiamo solo a un uno per cento dei cinesi sul mercato turistico...
Certo è una bella sfida riuscire a integrare le diverse strutture che agiscono dai due punti di vista sugli stessi beni.
L’obiettivo principale rimane la conservazione, ma c’è spazio per la valorizzazione, e la persona prescelta, Mario Resca, mi pare che abbia le competenze giuste e agisca in questo senso con corretto equilibrio.
Negli ultimi anni c’è stato nei beni culturali un ricorso crescente alla figura del commissario straordinario. È sfiducia nell’amministrazione?
Il commissario è un’opportunità di cui avvalersi, a fianco e al servizio delle Soprintendenze e degli istituti dell’amministrazione. I commissari possono operare in deroga a determinate normative, e in questo senso possono suonare come segno di inadeguatezza di diversi aspetti delle nostre procedure. La scelta dei commissari risponde caso per caso alle esigenze da affrontare: per Brera, ad esempio, l’emergenza è il reperimento dei fondi, il raccordo tra istituzioni (museo, Ministeri coinvolti, enti territoriali) e con il mondo delle imprese; la scelta di una figura imprenditoriale come Resca mi pare dunque scelta opportuna.
Quale dovrebbe essere l’obiettivo del suo successore alla Segreteria generale del Mibac, l’architetto Cecchi?
Con Cecchi c’è una comune esperienza e un’attitudine a operare nel concreto; credo che la Segreteria generale continuerà ad agire con le stesse finalità e con rinnovato impegno. L’obiettivo principale è quello di contribuire al buon funzionamento di una macchina complessa e molto articolata; supportare le Direzioni generali e garantire la coerenza e l’unitarietà di metodi e criteri di conservazione; garantire l’eccellenza della conservazione, anche con la valorizzazione; garantire l’eccellenza delle professionalità che operano all’interno dell’amministrazione.
© Riproduzione riservata

Marta Romana, da Il Giornale dell'Arte numero 295, febbraio 2010



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