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Pompei dopo il crollo

Commissari inefficienti?

Sotto accusa la logica della gestione in emergenza. L'Unesco manda una missione speciale

I resti della Schola Armaturarum

Pompei (Na). Il 6 novembre, con il crollo della Casa dei Gladiatori, lungo la via dell’Abbondanza, è caduto il velo intessuto di annunci e comunicati trionfali che avevano accompagnato per due anni (da giugno 2008 a luglio 2010) l’azione dei «commissari delegati» per Pompei, con poteri straordinari: Renato Profili e soprattutto Marcello Fiori, entrambi digiuni di archeologia. Infiltrazioni d’acqua dopo abbondanti piogge: queste, secondo i tecnici, le cause del crollo dell’edificio, reso instabile anche da un pesante tetto in cemento armato su mura senza fondamenta, aggiunto con il restauro del 1946. Lungo quel lato di via dell’Abbondanza, proprio alle spalle della casa crollata, incombe il terrapieno che nasconde una parte mai scavata della città. E questo aumenta i rischi per la stabilità delle case.

La gestione dei commissari
Pompei è un concentrato di difficoltà e di problemi, sempre in delicato equilibrio tra le necessità del turismo e quelle della protezione. Adesso, davanti alle macerie della Schola Armaturarum, agli occhi del mondo è apparsa una Pompei nuda e senza orpelli: piaghe, rughe profonde, decrepita fragilità, una città a rischio sopravvivenza dopo anni di esistenza precaria e nonostante i due anni di cura commissariale con 79 milioni di euro per metterla in sicurezza. A luglio, appena quattro mesi fa, lo stesso ministro Sandro Bondi aveva dichiarato conclusa la missione del commissario Fiori: Pompei era finalmente salva.
Il crollo ha aperto una fase nuova: davanti allo scandalo internazionale, archeologi, tecnici, associazioni hanno preso posizione molti hanno proclamato «Io lo avevo detto!». Si è mossa la politica, non soltanto le opposizioni hanno chiesto le dimissioni di Bondi che ha risposto di non essere e non sentirsi responsabile. Sotto accusa la scelta e poi la logica della gestione commissariale. Il commissario (già sconfessato dalla Corte dei Conti che, nell’agosto 2010, ne ha dichiarato illegittima e immotivata la nomina) ha usato i suoi poteri straordinari per puntare sulla «valorizzazione» degli scavi più famosi del mondo, piuttosto che sulla loro tutela e conservazione. L’enfasi è andata all’evento spettacolare e popolare: la nuova pista ciclabile, la cattura e l’adozione dei 55 cani randagi (spesa: 86mila euro, ma i cani ci sono sempre), i nuovi servizi igienici (bagni chimici), il contestato restauro del Teatro Grande (inchiesta della magistratura in corso) e l’installazione di costosi apparati multimediali nella casa dei Casti Amanti e di Giulio Polibio (500mila euro di ologrammi, proiezioni su grande schermo, passerelle sospese, con biglietto aggiuntivo per i turisti), l’apertura del nuovo ristorante (gara irregolare secondo il Tar del Lazio) e cento altri interventi che hanno «fatto notizia», dalla mostra «Pompei e il Vesuvio» (oltre 600mila euro) agli spettacoli nel Teatro Grande. Marcello Fiori ha dichiarato più volte (e lo stesso ha fatto il ministro) che per la tutela e la manutenzione di Pompei sono stati spesi 65 milioni di euro, l’83% del totale di 79 milioni. La Uil, con Gianfranco Cerasoli, sostiene invece che alla tutela è andato soltanto il 52%, poco più della metà, il resto (48%) è andato a una serie di iniziative spesso discutibili da attribuire al campo della «valorizzazione», come i 4,3 milioni di euro per il futuro Antiquarium, atteso da trent’anni per ospitare i reperti della città ora invisibili, ma trasformato dal commissario in «Centro diffusione e valorizzazione della cultura pompeiana» basato su «suggestioni multimediali legate all’eruzione vulcanica e alla ricostruzione virtuale degli ambienti» (se verrà completato costerà in tutto 10 milioni di euro). Nell’elenco delle spese del commissario, afferma Cerasoli, anche 185mila euro per schede telefoniche a disposizione della struttura commissariale. Un’ordinanza della Protezione civile del 30 luglio 2009 stabiliva che il commissario delegato Fiori avrebbe dovuto provvedere alla «messa in sicurezza e alla salvaguardia dell’area archeologica» e imponeva la «realizzazione urgente di opere di manutenzione straordinaria» e un «censimento dei beni archeologici» per «pianificare specifiche misure di tutela» che non risulta sia mai avvenuto.

Dall’emergenza alla manutenzione
Dopo il crollo di Pompei, si sono ribellati in massa al ministro i soprintendenti archeologi di tutta Italia (con loro anche Jeannette Papadopoulos, soprintendente ad interim di Pompei fino al 31 dicembre): 17 su un totale di 19 hanno firmato una lettera aperta a Bondi per rispondere alle sue affermazioni che attribuivano lo stato di abbandono di siti e musei archeologici all’incapacità manageriale dei soprintendenti. I 17 firmatari contestano anche la nomina di «commissari delegati» privi di conoscenze specifiche perché, scrivono, «è ora che la cultura dell’emergenza ceda il passo a quella della manutenzione, ordinaria e straordinaria, a cura delle strutture e degli staff tecnico-scientifici che quei monumenti, quei siti, quei musei conoscono e tutelano. La valorizzazione come concetto mediatico non può sostituirsi al paziente e faticoso lavoro di monitoraggio, consolidamento e restauro, che per definizione è poco visibile e quindi poco mediatico». Dopo l’esperienza commissariale ai Grandi Uffizi di Firenze, finita in una inchiesta penale, legata agli appalti, anche su quella di Pompei sono piovute diverse denunce con accuse su metodi e mezzi usati per i restauri (ruspe e altro nel Teatro Grande e nella casa dei Casti Amanti), sul merito delle scelte del commissario che non corrispondono ad alcun criterio di emergenza e sulle ragioni di alcuni contestati interventi. I bilanci della gestione sono nelle mani delle Procure di Napoli e Torre Annunziata. Gli stessi bilanci sono chiusi e invisibili negli uffici della Soprintendenza pompeiana.

Il domani di Pompei
Il problema è adesso il domani di Pompei: il crollo della casa dei Gladiatori richiama tutti al problema di quali debbano essere i metodi di intervento e i programmi di lungo periodo per salvare la città e le sue meraviglie Patrimonio dell’Umanità. Anche l’Unesco è in allarme e invierà una missione speciale a Pompei mentre il direttore dell’Iccrom, Mounir Bouchenaki, propone al Governo italiano l’istituzione di «un’unità permanente di risk management per prevenire altri crolli». A Roma, una commissione ministeriale sta decidendo di governare Pompei con una Fondazione e il ministro Bondi annuncia «una riforma che separi il ruolo di tutela dei soprintendenti da quella della gestione da affidare a un manager» (ma era proprio così prima dell’arrivo dei commissari). Intanto, ancora oggi, dopo otto mesi, Pompei non ha un soprintendente titolare ed è retta ad interim dalla dirigente del Ministero Jeannette Papadopoulos, che se ne occupa part-time. Soltanto venerdì 19 novembre è stato bandito il concorso per quel posto vacante.

© Riproduzione riservata

Edek Osser, da Il Giornale dell'Arte numero 304, dicembre 2010


  • Particolare del solaio in cemento armato crollato, realizzato nel corso dei lavori di restauro del 1946

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