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Archeologia

Lazio

Sono rimpatriati i cavalieri di Caprifico

Scavate clandestinamente e vendute nel mondo, ora le terrecotte sono a Cori

Ricostruzione ipotetica, secondo gli studi di Patricia Lulof, con i colori riscontrati su una delle terrecotte che rivestivano il frontone del tempio

Cori (Lt). È il caso emblematico di una scoperta senza scavo, di saccheggio del sottosuolo italiano, di collaborazione tra diversi musei internazionali ma, purtroppo, di silenzio da parte di troppe istituzioni e di tanti collezionisti privati del mondo; dell’ennesima razzia di antichità e della loro fuga in Svizzera, del loro commercio clandestino. Non parliamo di vasi attici o marmi colorati, non di antichità apule alte più di un metro, bensì di terrecotte figurate arcaiche: frammenti spesso di pochi centimetri. Ma sono oltre 300 brandelli, 220 dei quali finalmente al museo di Cori nel Lazio, formano «il tetto più completo conosciuto», dice Domenico Palombi dell’Università di Roma La Sapienza che lo dirige: sono di un’officina che «tra il 530 e il 510 a.C., l’età di Tarquinio il Superbo, ha decorato alcuni dei più prestigiosi santuari a Roma e nell’Italia centrale». Un tetto così completo, che si è perfino potuto proporne una dettagliata ricostruzione dal momento che sono stati «identificati i frammenti di entrambi i frontoni e, per la prima volta,  un angolo di tetto che documenta congiunzione e agganci».
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

Fabio Isman, da Il Giornale dell'Arte numero 303, novembre 2010


  • Frammenti della cornice del tempio di Caprifico

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