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Per Italia e Francia i beni culturali sono un business di Stato

Marc Fumaroli: «Se il denaro non ha né odore né patria, la poesia, le arti, i ricordi li hanno»

Marc Fumaroli © Olivier Roller/Fedephoto

Non si può ridurre a un semplice conflitto di gusti l’attuale mostra di giocattoli giapponesi contemporanei, di gran marca e di prezzo elevato, al castello di Versailles ridotto a vetrina pubblicitaria. Questa confusione di generi (scioccante per alcuni, interessante per altri) è rivelatrice di una deriva di ben più ampio respiro, e che sconfina nell’estetica, cosa che ha molto a che fare con questa materia. Ho denunciato nel 1992, ne L’Etat Culturel (Lo Stato culturale. Una religione moderna, Adelphi 1993), le origini di questa deriva.

Nel nobile nome della democratizzazione culturale, lo Stato, non contento di vigilare sul patrimonio nazionale, del quale ha la responsabilità, si considerava già un mecenate d’avanguardia. E sentiva il bisogno di sovvenzionare e di ospitare il rock, il rap, il tag e altri prestiti della cultura di massa americana, avanguardista per definizione. Il successo commerciale di questi irresistibili spettacoli di varietà era comunque ben assicurato dai loro potenti mezzi di diffusione privati, che sono le vedette dell’arte cosiddetta «contemporanea», dai loro non meno abili galleristi e dalle loro famose «Fiere». Koons è stato esposto, dopo Versailles, alla galleria parigina Noirmont. Non tarderemo a vedere Murakami esposto alla galleria Gagosian, appena aperta a Parigi. Non mancano di certo nemmeno i musei pubblici d’arte cosiddetta «contemporanea».

Ospite dell’American Academy nel 1996, ho scoperto a Roma che questa abdicazione dello Stato, in senso europeo, a vantaggio del mercato, era altrettanto temibile in Italia quanto in Francia. Tardivamente unificata, ma memore delle vendite e dei saccheggi di cui era stata vittima, l’Italia si è dotata molto presto di un apparato legislativo e di un potente corpo di conservatori educati ed esperti che ne fanno un «modello» per Stati come l’Inghilterra o gli Stati Uniti, da questo punto di vista sottosviluppati.

All’ambasciata americana, dove ero stato invitato per non so più quale festa, l’ambasciatore Reginald Bartholomew, che aveva letto L’Etat Culturel, si mise in testa di presentarmi l’uomo che Romano Prodi, probabile vincitore delle successive edizioni, avrebbe scelto come Ministro per i Beni culturali, Walter Veltroni. Molto caloroso, questi mi disse: «Ah! L’autore dell’Etat Culturel! Sono completamente d’accordo con lei! È semplice, noi non abbiamo petrolio, ma abbiamo un patrimonio!» Veltroni divenne Ministro: inaugurò la deriva commerciale (sfilate di moda e concerti rock al museo), ma anche la confusione semantica tra patrimonio e svago di largo consumo. L’una e l’altra rimaste fino ad allora latenti nell’espressione italiana «beni culturali», apparentemente più innocente della nostra «affaires culturelles», ma non meno esposta a scivoloni sul versante del mercato, mobiliare o immobiliare. Non al punto comunque di esporre Damien Hirst a Villa Borghese.

Da allora, come scrive Salvatore Settis, nel suo libro Italia S.p.A., L’assalto al patrimonio culturale (Einaudi, 2002) e nei sui articoli su «la Repubblica», le cose non hanno fatto che aggravarsi in Italia. Una legge votata dal centrodestra berlusconiano al potere ha seriamente danneggiato il principio di inalienabilità del patrimonio nazionale italiano, pubblico o sotto tutela dello Stato. La resistenza di Settis e dei suoi numerosi sostenitori in seno alla stampa è perlomeno riuscita, finora, a limitare gli effetti dell’equazione «patrimonio=giacimento culturale», una trovata di cui si dilettano in lunghe disquisizioni burocrati, organizzatori di convegni e politici di destra e di sinistra. È d’altra parte curioso che, malgrado il parallelismo delle due situazioni patrimoniali italiana e francese, non si siano mai stabiliti in modo regolare un coordinamento, un confronto, un dialogo tra i due Paesi fratelli, membri e insieme fondatori dell’Unione Europea! È difficile credere che l’Europa, che ci avvicina materialmente, spinga spiritualmente ciascuna delle sue nazioni a un ripiegamento su se stessa e a un geloso provincialismo e che queste non si lascino trascinare che dall’unanime fascinazione per un mito americano completamente estraneo alla realtà degli Stati Uniti.

Il problema è dunque ben lungi dal risolversi con un liberale «mi piacciono», o con un reazionario «non mi piacciono» Murakami o Koons sotto gli stucchi di Versailles. Dipende dalla nostra idea dello Stato e dei suoi servitori, dalla nostra concezione di patrimonio nazionale e dei suoi conservatori e dalla nostra filosofia dei rapporti che gli uni e gli altri dovrebbero intrattenere con il settore privato e con il mercato della cultura di massa.
Lo Stato non ha in Francia (e in Italia) la stessa vocazione che ha negli Stati Uniti.

Settis ha ricordato come il villaggio di Oraibi, risalente all’XI secolo, nella riserva degli indiani Hopi dell’Arizona, sia praticamente scomparso in questi ultimi anni, nell’indifferenza generale, in mancanza di una fondazione privata che vi realizzasse un ecomuseo. Eppure era il luogo dove il grande storico dell’arte Aby Warburg ha avuto la rivelazione dell’ultima arte dionisiaca sopravvissuta. Il sistema americano dei «Landmarks», abbandonato ai poteri locali e all’iniziativa privata, non tiene affatto conto dei contesti storico, urbano o paesaggistico, d’altronde infinitamente più esili negli Stati Uniti che nella vecchia Europa. A un livello appena inferiore, l’Inghilterra ha conosciuto la stessa carenza. Si vantano a ragione i recenti meriti del National Trust, ma si omette di ricordare come l’invisibile mano del mercato immobiliare inglese, tra il 1945 ed il 1974, abbia demolito niente meno che 1.153 case di campagna, spesso di grande valore storico e artistico. E comunque, né alla Frick Collection né al British Museum si espone Tracey Emin.

In Francia e in Italia, se il patrimonio è sotto tutela è per educare, attraverso i suoi capolavori, il suo «proprietario collettivo». Agli altri la libertà di pensarla come vogliono. Un gran numero di nazioni, in Europa, in America Latina e in Asia si ispirano a questo modello, senza sempre riuscirci. È che a casa delle due «sorelle latine», malgrado le loro grandi differenze storiche, il sentimento di identità e di appartenenza nazionale, l’attaccamento alla memoria storica e alle sue successive stratificazioni non si concepiscono senza riferimento visibile, tangibile e inalienabile a un patrimonio pubblico (e privato, ma sotto tutela pubblica) che li incarnano in permanenza e localmente.

Questo patrimonio monumentale e museale forma un tessuto connettivo che tutto lega. Soltanto lo Stato, con la sua legislazione e il suo personale di esperti competenti e devoti al bene pubblico, ha il potere di conservarne la coerenza, l’integrità, il senso e la lezione. Ha tutto l’interesse a farlo, trattandosi dei fondamenti del legame civile e del sentimento nazionale, sui quali lo Stato stesso si fonda, entrambi tanto importanti quanto la lingua. Si tradisce e si smantella da solo se, dimenticando i suoi interessi fondamentali, si mette a guardare al patrimonio, che ha il compito di conservare, di accrescere e di far gustare e comprendere al maggior numero di persone, dalla prospettiva del suo rendimento economico e finanziario e del suo sfruttamento a fini diversi rispetto a quelli dell’interesse civico e pubblico.

Se il denaro non ha né odore né patria, la poesia, le arti, i ricordi li hanno. Oggi è più necessario che mai ricordare questa evidenza. Non si tratta più, come una volta, di approfondire lo spontaneo sentimento di appartenenza nazionale attraverso la poesia, le arti e la memoria, ma di farlo nascere e crescere tra i nuovi arrivati nella comunità nazionale. È il momento di far giocare allo Stato il gioco surrealista della macchina da cucire e dell’ombrello sul tavolo di dissezione? Si vuole piacere alla grande maggioranza per istruirla? La mostra su Luigi XIV voluta da Jean-Jacques Aillagon, o una mostra sull’architetto barocco Jules Hardouin-Mansart, fanno comprendere meglio Versailles rispetto alla trasformazione del palazzo e del parco in una succursale del Nain bleu (storico negozio di giocattoli parigino, Ndr). La mostra su Mansart ha avuto luogo, ma nelle strette sale di Carnavalet. Voci dicono che sarebbe stata rifiutata da Versailles con l’esclamazione di uno dei suoi precedenti presidenti: «Mansart? Che palle!» Si vuole contribuire alla comprensione internazionale e al dialogo tra le culture? Una mostra comparativa tra il castello degli ultimi Borboni e la città proibita degli imperatori cinesi, tra la Parigi dell’epoca Edo e la Tokyo degli shogun, sarebbe certamente ben altra cosa, per influenza e anche per affluenza, rispetto alla divertente installazione Murakami.

Perché dissimulare al pubblico il fatto che l’arte cosiddetta «contemporanea», che si ammanta di uno status completamente inventato per un mercato finanziario internazionale, non ha più niente in comune, né con tutto ciò che fino a oggi è stato definito «arte», né con i veri artisti viventi, ma non quotati in questa «borsa»? Perché mettere sullo stesso piano un artista come François Morellet che, invitato al Louvre, studia lo spirito del palazzo e lo abbellisce, e un Koons o un Murakami dei quali ci si vorrebbe far credere che il loro Kitsch, trasferito a Versailles, «dialoga» con la pompa magna di Le Brun, Le Notre o Lemoyne? Non si tratta forse di fuorviare quello stesso pubblico che lo Stato avrebbe invece il compito di illuminare e istruire? A rispondere a questa domanda, che un numero sempre crescente di francesi si pone, non sarà la circolare diffusa in questi giorni dall’ex ministro Donnedieu de Vabres, in cui la ripresa dell’equazione «patrimonio=giacimento di petrolio» o «patrimonio=vetrina del mercato dell’arte contemporanea» tenta di «rifondarsi» promettendo atelier-boutique e «studio»  gratuiti ai generosi mecenati stranieri in monumenti storici rivitalizzati.

La chiave dell’attuale malessere è il velato conflitto di interessi che ha affievolito, o forse cancellato, la distinzione classica tra Stato e mercato, tra politica ed affari, tra servizio pubblico e interessi privati, tra servitori dello Stato e collaboratori degli uomini d’affari.
Le considerazioni di estetica, di gusto, di arretratezza e di avanguardia non sono che cortine fumogene per dissimulare un’offensiva in piena regola del «business dei beni culturali» (Salvatore Settis invenit) contro ciò che resta in Francia del pubblico buon senso e del senso dello Stato nell’amministrazione e nella classe politica.

Marc Fumaroli, storico e saggista, Académie Française
© «Le Monde», 2010 e, in esclusiva per l'Italia, «Il Giornale dell'Arte»

Marc Fumaroli, da Il Giornale dell'Arte numero 303, novembre 2010



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