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Archeologia

Sfida tra Roma e Torino

Paolo Matthiae: i miei cinquant’anni a Ebla

Nel suo nuovo libro l’archeologo racconta la scoperta di una città-civiltà

Intarsio in marmo dello «Stendardo di Ebla» con guerriero eblaita che trafigge un nemico con la lancia (XXIV secolo a.C.)

Roma. A Paolo Matthiae, romano, 70 anni, l’unico archeologo al mondo che, nella seconda metà del Novecento, con Ebla ha scoperto una città antica e anzi una civiltà, non bastano i primati che la spedizione, forse la sola durata oltre mezzo secolo ininterrotto, reca con sé; e non basta nemmeno di aver riportato alla luce, nel 1975, l’intero e fondamentale archivio reale del primo grande fiorire della città Stato, tra il 2.400 e il 2.300 a.C., 17.050 numeri d’inventario, 2mila tavolette intere, tra l’altro con il più antico trattato tra città (Ebla e Abarsal), il primo vocabolario (alcune liste lessicali in eblaita e sumero), la registrazione di consegne d’oro e argento, e tante altre curiosità: Matthiae ora vuole raddoppiare. Nella casa romana vicino a via Fiume, ingombra di carte, libri, computer e inviti d’ogni tipo, ha in mano l’ultima fatica libraria (Ebla, la città del trono, archeologia e storia, 552 pp., ill., Einaudi, Torino 2010, e 34,00), in cui racconta 47 anni di scavi; ripensa alle tre generazioni di archeologi che ha formato; racconta l’unica campagna non ancora consacrata su carta, quella in corso, la prima metà della quale si è già svolta e che terminerà proprio in questo mese. «È vero, ritengo pressoché certa l’esistenza di un altro archivio reale, stavolta dei tempi di Hammurabi di Siria, tra il 2.000 e il 1.600 a.C., l’ultima “età dell’oro” per la città, poi distrutta dagli Hittiti. Sono convinto che questi archivi esistano: abbiamo ritrovato dodici tavolette di quel periodo, sparse, anche con una lista di funzionari e una lettera reale; dovrebbero essere sotto il palazzo che stiamo scavando sull’acropoli, anche perché altri reali non esistono. E vorrei arrivarci».
Il palazzo è vasto 15mila metri, un quadrato di 150 metri. «Abbiamo riportato alla luce finora solo delle porzioni periferiche, circa 900 metri quadrati, a una profondità tra i 3 metri e mezzo e i 5, perché sopra si sono sviluppati villaggi successivi, assai meno importanti, quando la parabola di Ebla era ormai conclusa, e abbiamo ritrovato interessanti ceramiche. Quanto si vede è il frutto di un cattivo reimpiego, cose modeste, tramezzi ecc. di scarso rilievo; ma esistono indizi per me certi che al centro sia ancora sepolta un’area di rappresentanza, quella che contiene gli archivi. E, del resto, a Ebla non esistono altri palazzi reali: uno di 7.500 metri quadrati, 115 per 70 metri, dove abbiamo reperito solo due documenti giuridici, probabilmente il più importante nell’area bassa, destinato al principe ereditario». Per questo, oltre agli archeologi, sul pianoro dell’acropoli scavano 120 operai: per ripetere il «colpaccio» degli archivi reali, stavolta più recenti di un numero di secoli variabile dai tre agli otto, ma certo non meno fondamentali per lo studio e la documentazione dell’importante civiltà eblaita. Matthiae non lascerà l’Università La Sapienza di Roma, divenendone docente «senior»: un incarico che gli permette d’insegnare e dirigere ricerche e scavi; nel 2013, scatterà la campagna numero 50 e, confortato anche da un incontro sul «suo» scavo tra il sovrano di Siria e il presidente italiano Giorgio Napolitano, pensa di solennizzare la ricorrenza con una grande mostra internazionale, tappe volute e obbligate a Damasco e a Roma, desiderate e ricercate in altre capitali del mondo, da Parigi a Londra, a Berlino, a New York. «Nel frattempo, sarà nato anche il Parco archeologico, per rendere leggibile il sito di circa 60 ettari, 1.100 per 800 metri, e anche, con i fondi della Cooperazione allo sviluppo del Ministero degli Esteri, un museo a Idlib. La struttura esiste già, questo mese inizieranno le opere interne di ingegneria; il progetto è dell’architetto Cesare Mari, del bolognese Panstudio».
Intanto Matthiae ripensa alle tre generazioni di studiosi che ha formato: «Se posso scegliere soltanto un nome per ogni fascia d’anzianità, direi per la prima Frances Pinnock, ora docente a La Sapienza di Roma e che è vicedirettore della missione di Ebla; per la seconda, Nicolò Marchetti, in cattedra a Bologna; e per la terza, Davide Nadali, che scava a Ebla e insegna a Parma»; ma non si dimentica nemmeno di Stefania Mazzoni, docente a Firenze, o di Lorenzo Nigro che, per esempio, indaga Gerico. «Credo proprio che 50 anni di scavo ininterrotto nel medesimo luogo sia una fortuna mai capitata a nessuno; certamente non a chi ha indagato Ur o Ugarit». E ripensa anche ai tanti ritrovamenti eccezionali di un’eccezionale carriera, che racconta nel libro: «Come una stele, scolpita su quattro facce, alta 170 cm, tanti frammenti che si ricongiungono; raffigura la dea Ishtar e, negli altri riquadri, scene di musica, offerte, sacrifici di prigionieri, perfino esseri mitici, come un leone alato con la coda di serpente: rappresenta le fertilità delle acque sotterranee. La Grande Dea, Ishtar, è dell’età di Hammurabi; prima, nell’età degli archivi finora ritrovati, c’era uno strano dio, Kura, di cui abbiamo scavato due templi poi distrutti». Il nome di Ishtar, individuato nel 1968 associato a quello di Ebla, ha permesso a Matthiae di capire quale città stava scavando: fino ad allora, non sapeva dove si trovava. Nel 1975 gli archivi reali; nel 1978 le tombe reali, con corredi e doni faraonici, assolutamente unici; in mezzo, tanti altri ritrovamenti, davvero non meno sensazionali: per chiudere un’avventura senza pari, adesso occorre un’altra scoperta, vero?

© Riproduzione riservata

Fabio Isman , da Il Giornale dell'Arte numero 302, ottobre 2010


  • Tavoletta letteraria sumerica con testi di incantesimi realizzata in argilla proveniente dall’Archivio L.2769 (XXIV secolo a.C.)
  • Paolo Matthiae

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