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Che ve ne sembra dell’America?

Il postino e la bibliotecaria

Un film sui mitici coniugi collezionisti Herb e Dorothy Vogel, Dan Graham per la prima volta al Whitney e le accumulazioni di Song Dong al MoMA

I coniugi collezionisti Herb e Dorothy Vogel

A New York come sempre ne succedono di tutti i colori ma l’evento più bello è la prima visione del film «Herb & Dorothy» di Megumi Sasaki.
Herb e Dorothy Vogel sono dei mitici collezionisti d’arte. Per tutta la vita ogni mattina alle 4  lui andava alla Posta centrale per smistare la posta e lei alle 8 in punto si presentava in una piccola biblioteca pubblica di Brooklyn per distribuire e ricevere i libri.
Lui frequentava gli espressionisti astratti all’Artist Club al Cedar Bar e, da uditore, i corsi dell’Istituto di Storia dell’Arte della New York University. Decisero di non sentirsi all’altezza di diventare pittori. Lo stipendio di lei da allora servì a pagare le spese dell’affitto bloccato e delle loro modeste necessità, e quello di lui per acquistare arte. Gli amici del bar diventavano famosi e i loro prezzi troppo alti. Capitarono nella piccolissima Daniels Gallery dell’allora artista-gallerista Dan Graham dove trovarono arte che nessuno voleva. Comprarono la prima scultura di Sol LeWitt, che però dovettero scambiare perché in casa non ci stava. Da Graham e LeWitt vennero presentati a tutti i futuri minimalisti e concettualisti e poi per passaparola incontrarono le generazioni successive.
Con l’accettazione crescente dei loro artisti, crebbe anche la loro. I musei, avidi, li corteggiavano, ma volevano sempre soltanto le opere di chi al momento era famoso nel mercato. Herbie si infuriava: spiegava che anche Robert Mangold e Richard Tuttle erano importanti e così pure tutti gli altri. Alzatisi i prezzi anche di costoro, i musei tornarono di nuovo alla carica, ma sempre i Vogel rispondevano: «O tutto o niente». Alla fine hanno donato tutti i loro 4.500 lavori al museo più importante, la National Gallery di Washington che ora ne ha distribuito una parte sostanziosa in 50 musei dei 50 Stati degli Usa (cfr. n. 277, giu. ’08, p. 57).
Megumi Sasaki è riuscita in cinque anni a comporre un ormai premiatissimo documentario sulla vita di questi due personaggi eccezionali che è anche un riassunto di un intero periodo della storia dell’arte.
E capita proprio a proposito la prima retrospettiva che il Whitney Museum dedica a Dan Graham, artista intelligente e scorbutico, dalle idee estremamente diversificate. Sono noti i suoi padiglioni di vetro semispecchiante che dividono e uniscono gli spettatori che vi camminano dentro e fuori. Dall’altra parte della città, al MoMA, c’è una installazione gigante dell’artista cinese Song Dong di tutti gli oggetti accumulati in una vita di difficoltà dalla madre Zhao Xiang Yuan. Il lavoro che più mi interessa di questo artista è un’opera della quale si può soltanto sentir dire: un gelido giorno d’inverno del 1996, a Pechino, si mise sdraiato a pancia in giù in piazza Tienanmen dove era avvenuto il massacro del 1989, e alitò sul selciato finché l’umidità del fiato non si condensò in una macchia di ghiaccio.
Poco dopo fece lo stesso sulla superficie di un lago ghiacciato,  sempre a Pechino, e, ghiaccio su ghiaccio, non se ne vide nulla.
In un luogo politico si può segnare il proprio passaggio, ma non si è nulla a confronto della natura.
Al New Museum c’è una grande collettiva «The Generational», che si attiene alla solita retorica del valore dell’artista «emergente». Che barba queste formule! Possibile che il mercato ufficiale non riesca a svincolarsene? I 150 giovani esposti provengono da vari paesi e partecipano a quello che in città chiamiamo il Graduate School Style (lo stile dei  master delle scuole d’arte): ciascuno ha il suo sistemino, sporco o pulito che sia, ciascuno il tema ben spiegato e si annullano tranquillamente l’un l’altro nella generale predicibile brillantezza dell’arte. Ma dentro ho trovato i quadri piccoli, pazzi, sapienti e intensi del ventinovenne polacco Jakub Julian Ziolkowski, del quale se avessi i soldi comprerei volentieri un’opera. Sembra mischiare Klee a Carlo Zinelli a Philip Guston a Peter Saul in ibridi davvero magici.
Molta arte, forse la più interessante, passa fuori dai circuiti ufficiali. A Hudson, NY, nella Bcb Gallery, ci sono i quadri di Christopher Quirk. Sono stranissimi: superfici surreal-lunari punteggiate di piccoli bersagli cromatici che sembrano sfuggirne. Sempre a Hudson, alla Nicole Fiacco Gallery le piccole pitture della solitaria Joan Banach sembrano rappresentazioni precisioniste di una grigia pioggia schematica sulle rovine di civiltà passate, inclusa la nostra, improvvisazioni pittoriche con tutta la forza della ricerca inesaurita.
Lo stesso si può dire dei paesaggi immaginari di fuga nell’indicibile di Peggy Cyphers, esposti nella minuscola e ambiziosa Creon Gallery dell’artista Norm Hinsey nel centro di New York. In un’altra galleria, la 210 di Brooklyn, anch’essa condotta da artisti, Troy Tecau e Kumiko Uchida, ci sono i disegni, intense memorie totemiche di Lynn Umlauf, un’artista importante che spazia dalla scultura di luce alla pittura di paesaggio alla figurazione, eco interiore dell’esistenza.
Da Marvelli Gallery, fotografia sperimentale nella mostra di gruppo intitolata «Palomar». Vedere quelle di Tamar Halpern, ricordi costruttivisti con ombre oscure tipo Tarkovskij.

Lucio Pozzi, da Il Giornale dell'Arte numero 290, settembre 2009


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