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Palazzo Grassi

Picasso: «Raffaello? Si può fare...»

300 opere selezionate da Jean Clair per sette anni decisivi: tra due sipari teatrali, l'Italia complice della conversione dall'avanguardia al ritorno all'ordine, dai ritratti di Olga agli Arlecchini

In uno dei suoi più celebri divertissement, Roberto Longhi immaginava un dialogo medianico tra Caravaggio e Tiepolo; al primo, oltre a far ribadire che, nonostante le supposizioni degli storici dell'arte, lui a Venezia non c'era mai stato, faceva dire che, quand'anche fosse approdato sulla laguna, avrebbe dipinto in maniera diametralmente opposta rispetto al suo solare e settecentesco collega. Pablo Picasso, altro mancato visitatore di Venezia, si sarebbe trovato invece perfettamente a suo agio, anche in termini iconografici, con certa tradizione locale, quella che fa capo alle maschere e al Carnevale, così in sintonia con i suoi arlecchini e saltimbanchi del primo periodo. E, magari, il suo amico Apollinaire, che aveva «terminato all'inizio dell'agosto del 1918 un libretto di opera buffa dedicato al carnevale veneziano, Casanova, gli avrebbe fatto da guida lungo le calli». Questa l'opinione di Jean Clair, curatore di una retrospettiva dedicata a Picasso (e direttore del Museo a lui intitolato a Parigi), aperta nel Palazzo Grassi dal primo marzo, giusto in tempo per il Carnevale, al 28 giugno.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

da Il Giornale dell'Arte numero 163, febbraio 1998

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