Surrealismo senza frontiere

Come l’estetica dell’arte del sogno e dell’inconscio conquistò il mondo: al Metropolitan opere da 45 Paesi

Wifredo Lam, «Le présent éternel (Hommage a Alejandro García Caturla)», 1944. Prestito del Museum of Art, Rhode Island School of Design, Nancy Sayles Day Collection of Modern Latin American Art. © 2021 Artists Rights Society (ARS), New York / ADAGP, Paris. Foto: Erik Gould. Cortesia: the Museum of Art, Rhode Island School of Design, Providence
Federico Florian |  | New York

«Il Surrealismo è un movimento per natura dinamico, e ha viaggiato e si è evoluto in luoghi e momenti storici diversi», dichiara Stephanie D’Alessandro, curatrice della mostra «Surrealismo oltre i confini». «La sua portata è ed è sempre stata internazionale, anzi transnazionale, nel suo tentativo di espandersi al di là dei confini nazionali per unire popoli e idee, pur restando “locale” e regionale nelle sue spinte liberatorie».

Fino al 30 gennaio al Metropolitan Museum of Art, l’ambizioso progetto espositivo esamina uno dei movimenti d’avanguardia più popolari di sempre, il Surrealismo appunto, ma da una prospettiva globale e transcronologica. Nata in Europa negli anni Venti del Novecento, quest’arte del sogno e dell’inconscio conquista il mondo con il suo linguaggio ermetico, misterioso, fornendo ad artisti non europei un vocabolario formale radicale e innovativo.

Con opere realizzate in oltre 45 Nazioni, e nell’arco di otto decenni, la mostra presenta dipinti, sculture, opere su carta, film e fotografie, incorporando anche giornali e manifesti internazionali relativi al movimento (con materiali da Shanghai, Buenos Aires e Chicago).

Attraverso una successione di sezioni tematiche, il progetto accosta celebri capolavori, fra cui i «Due bambini minacciati da un usignolo» di Max Ernst e le bambole disassemblate di Hans Bellmer, a nomi meno noti e riconducibili a coordinate geografiche altre: tra questi Antonio Berni, che presentò il dipinto nella prima mostra del Surrealismo in Argentina, o lo srilankese Lionel Wendt, le cui fotografie omoerotiche di lavoratori senza veli (esposte a Londra e a Colombo rispettivamente nel 1938 e 1940) ricorrono a un’estetica prettamente surrealista.

Tra i pezzi forti, un dipinto lungo dieci metri dell’americano Ted Joans, realizzato grazie al contributo di 132 coautori che l’artista incontrò nei suoi viaggi in giro per il mondo. Da febbraio dell’anno prossimo, la mostra si sposterà alla Tate Modern di Londra.

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