Perché a Varese un autoritratto di Messina

Nello studio di Lodovico Pogliaghi un mezzo busto lucido e brunito del 1924 dello scultore siciliano

Il busto di Francesco Messina nello studio di Pogliaghi a Varese
Marco Riccòmini |

Tunica dal collo aperto sul petto ossuto, mento alto, capelli ordinati, labbra serrate, sguardo fiero e perso dentro la cavità verderame del bronzo, come accade, ad esempio, al «Pugile a riposo» del Museo Nazionale Romano di Roma, quando in una pugna perde il corpo vitreo dell’occhio. Così che, da una nicchia che affaccia sullo studio affastellato di sculture di Lodovico Pogliaghi (Milano, 1857-Sacro Monte di Varese, 1950), sopra Varese, quel mezzo busto lucido e brunito ti osserva, senza tuttavia vedere.

Chi sia il suo autore lo comunica a chiare lettere graffiate nel metallo: «Francesco Messina Autoritratto MCMXXIV». E, siccome Messina (Linguaglossa, 1900-Milano, 1995) nasceva all’aprirsi del secolo, era allora poco più d’un ragazzo. Eppure, se la giocava già con quelli più grandi di lui, con esiti alterni. In quell’anno, a dispetto delle lodi tributategli dall’amico Eugenio Montale, perse il concorso per l’Arco di Trionfo in piazza della Vittoria a Genova (vinto da Marcello Piacentini), ma si rifece poco dopo quando, esponendo il suo «Autoritratto» alla Prima Mostra del Novecento Italiano, vide spalancarsi le porte di Milano dove ottenne prima la cattedra di scultura all’Accademia di Brera che fu di Adolfo Wildt, poi la direzione dell’istituto.

Pogliaghi a quel tempo sfiorava i settant’anni e non gli era certo mancata né fama né fortuna. Proprio nel 1924, per dire, mentre soprintendeva nientemeno che alla ricomposizione del pulpito di Giovanni Pisano, lavorava ai costumi e alle scene del «Nerone» di Arrigo Boito, diretto alla Scala da Arturo Toscanini. Ossia, non smetteva di studiare, e guardarsi indietro.

Così che quando vide il busto moderno ma di foggia antica del giovane scultore catanese lo volle per sé, per ricordarsi al tempo stesso della sua giovinezza («primavera di bellezza», come cantava a quel tempo Beniamino Gigli sul testo di Salvator Gotta), e di come il passato rimanesse, alla fine, sempre il punto di partenza di ogni nuova creazione artistica.

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