Il mezzo secolo della Photographers’ Gallery

La nascita dell’istituzione britannica è legata alla figura rivoluzionaria di Sue Davis

The Photographers’ Gallery la sera dell’apertura nel 1971. © Dorothy Bohm
Bianca Cavuti |  | Londra

Il 2021 segna i 50 anni dall’inaugurazione di uno degli spazi più innovativi del Regno Unito dedicati alla fotografia: The Photographers’ Gallery (Tpg). Un luogo seminale per il riconoscimento dello statuto artistico della fotografia, intesa come forza culturale e come linguaggio complesso e in continua evoluzione, e la prima galleria pubblica britannica a essere interamente dedicata al medium fotografico.

La nascita della Tpg è legata alla figura rivoluzionaria di Sue Davis OBE (1933-2020), che sin dalla fine degli anni Sessanta aveva manifestato un grande interesse per la fotografia, co-organizzando all’Institute of Contemporary Arts (ICA) di Londra la mostra fotografica «Spectrum». Rimaneva tuttavia un vuoto d’attenzione istituzionale nei confronti di questo linguaggio, ed è dalla volontà di colmare tale lacuna che nel 1971 Davis fonda la Photographers’ Gallery.

La mostra speciale in quattro parti dal titolo «Light years: The Photographers’ Gallery at 50» ricorda e celebra il ruolo pionieristico della Tpg con un itinerario partito a giugno 2021 che vedrà la conclusione a febbraio 2022. Come evidenzia in un’intervista il curatore David Brittain (che collabora con la galleria sin dal 1978), la fotografia non ha sempre goduto della fortuna e della fama che detiene oggi, ed è dunque fondamentale ricostruire gli sforzi che ci sono voluti per innescare un cambiamento radicale di prospettiva.

Il curatore ha ripercorso l’archivio della galleria attraverso una disamina del suo programma espositivo, sintetizzando l’operato dell’istituzione tramite quelle mostre fondamentali che costituiscono momenti chiave non solo della storia della Tpg, ma anche dello sviluppo del panorama fotografico stesso. «Questa è la domanda fondamentale per me, ha affermato Brittain. E prosegue: «Qual era il lavoro di questa galleria? Considerando che nessuno si stava occupando di queste tematiche, cosa stava facendo? Cosa stava accadendo in quel posto?».

A partire dalla mostra inaugurale del 1971, «The concerned photographer», a cura di Cornell Capa, la Tpg si è sempre impegnata nella promozione della fotografia come arte, rappresentata in tutta la sua ampiezza linguistica. «Light years» testimonia questo approccio, raccontando le prime mostre dedicate al fotogiornalismo e alla fotografia di moda e pubblicitaria, e quelle che hanno indagato le innovazioni tecnologiche ed estetiche che a partire dagli anni Ottanta hanno forzato i confini della pratica fotografica, arrivando fino alla rivoluzione digitale.

Da questo excursus emerge anche la volontà della galleria di sostenere e promuovere il lavoro di fotografi internazionali e britannici. A tal fine, nel 1996 è stato istituito il prestigioso Deutsche Börse Photography Foundation Prize, nato come Citigroup Photography Prize, vinto tra gli altri da Richard Billingham, Rineke Dijkstra, Walid Raad, Paul Graham, Susan Meiselas e Mohamed Bourouissa. L’unicità della visione della Davis risiede in quello che David Brittain ha definito «stile di programmazione da montagne russe», fatto di «storie intrecciate e discorsi sovrapposti», capace di soddisfare nello stesso tempo le esigenze del grande pubblico e di quello più esigente.

La Photographers’ Gallery coniuga infatti da sempre un approccio culturale ad ampio spettro e anti-elitario con la volontà di raggiungere lo status e il prestigio di un museo, insieme alla consapevolezza dell’importanza di inserirsi in una rete fatta di singoli professionisti e organizzazioni, attraverso la quale portare avanti un lavoro comune.

Un luogo speciale, e un punto di riferimento imprescindibile per quel che riguarda la promozione e la diffusione della cultura fotografica.

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