I Medici che guariscono il Met

La prima mostra post pandemia, dedicata alla ritrattistica medicea, presentata da Carlo Falciani, co-curatore con Keith Christiansen

Laura Lombardi |  | New York

Prevista inizialmente in aprile, s’inaugura al Metropolitan Museum il 21 giugno (al pubblico dal 26; fino all’11 ottobre) la grande mostra «The Medici: Portraits and Politics, 1512-1570» a cura di Keith Christiansen e Carlo Falciani. Chiediamo di presentarcela a Falciani, uno dei più importanti studiosi di pittura toscana del Cinquecento, guest curator dell’esposizione, chiamato da Christiansen, chairman della pittura europea al Met.

Come nasce questa mostra, che è il primo grande appuntamento del Met dopo le riaperture?
La mostra, che conta circa un centinaio di opere tra dipinti, sculture e disegni, nasce da un’idea di Keith Christiansen, il quale nel 2017 aveva acquisito per il museo un bellissimo ritratto di Francesco Salviati e aveva proposto a Max Hollein, direttore del Met, una mostra dossier intorno a quell’opera. Hollein ha rilanciato chiedendo una rassegna più grande sulla ritrattistica medicea, che idealmente proseguisse quella già fatta nel 2011 sulla ritrattistica del Quattrocento («The Renaissance portrait. From Donatello to Bellini»). Ed è così che sono stato invitato da Christiansen a curarla insieme a lui. Troviamo riunite opere di Raffaello, Pontormo, Rosso Fiorentino, Andrea del Sarto, Bronzino, Salviati, Vasari, Cellini, Bandinelli, ma anche Tiziano. Alcuni prestiti sono eccezionali, come l’«Alabardiere» di Pontormo e il «Ludovico Capponi» di Bronzino. Non sto a descrivere la difficoltà di gestire un simile progetto nel corso di una pandemia!

Una mostra che tratta temi che potrebbero essere ritenuti poco politically correct nell’America di questo decennio: come pensa sarà accolta?
Come sarà accolta non posso prevederlo. Posso però dire che ho sempre creduto in mostre che presentassero in forma visuale la narrazione anche complessa dei contenuti dell’epoca, nella convinzione che proprio questo costituisca il miglior modo di dialogare col visitatore, che oggi viene sempre più accolto con percorsi emozionali ma talvolta sradicati dai contenuti. L’età di Cosimo rispecchia in maniera interessante quel che sta accadendo oggi perché il granduca mediceo, a capo di un piccolo stato come la Toscana, capisce che la gestione dei linguaggi letterari e figurativi gli avrebbe portato un poter ben maggiore di quello conquistabile attraverso le armi. E, se ci pensiamo bene, in fondo la vera battaglia del potere oggi si gioca sul possesso e la gestione dei linguaggi, quelli di internet. La mostra legge questa trasformazione dei linguaggi attraverso la chiave di lettura del ritratto, l’immagine che una persona dell’epoca aveva di sé ed affidava alla storia e che nel Cinquecento si carica di una quantità di simboli e metafore straordinaria.

Come è impostata?
Con Christiansen abbiamo deciso di costruire il percorso con sezioni che fossero al tempo stesso cronologiche ma anche tematiche, partendo dalla trasformazione del ritratto che si attua dal periodo repubblicano (quando i Medici sono stati cacciati da Firenze) a quello ducale con Alessandro, primo duca dopo l’assedio del 1530, ritratto da Pontormo, per proseguire con i ritratti di Lorenzo de’ Medici duca di Urbino, di Raffaello (in collezione privata raramente visibile) e di Clemente VII di Sebastiano del Piombo (da Capodimonte). Il fulcro centrale è quello della ritrattistica che esalta la dinastia e il rapporto unico che è a Firenze tra ritratto figurativo e tradizione letteraria, nel solco di Dante, Petrarca e Boccaccio. Tra questi troviamo anche un dipinto di Tiziano che ritrae Benedetto Varchi. Vi è inoltre una sezione dedicata al ritratto allegorico dove il personaggio sceglie di farsi raffigurare in veste di eroe mitologico o di santo. La mostra si conclude mettendo a confronto lo stile fiorentinocentrico di Bronzino con quello cosmopolita di Salviati, preferito ad esempio da Bindo Altoviti, banchiere repubblicano.

Quali sono le grandi novità?
La prima è già all’ingresso, dove il visitatore troverà ad accoglierlo un ritratto emblematico del tema dell’esposizione: il busto in bronzo di Benvenuto Cellini che raffigura Cosimo I con un’armatura all’antica di età augustea con simboli imperiali, conservato al Bargello. Restaurato per l’occasione da Ludovica Nicolai, ha rivelato la cornea degli occhi coperta di foglia d’argento che doveva rendere il suo sguardo terribile e scintillante nel sole, visto che era collocato sulla porta della fortezza di Cosmopoli (oggi Portoferraio, Isola d’Elba), proprio come lo sguardo di un dio greco. Ci sono poi due importanti proposte attributive: un «Ritratto di giovane», che era esposto al Getty di Los Angeles come Salviati, viene qui invece assegnato a Bronzino, mentre il «Ritratto di Bindo Altoviti» dipinto su una grande lastra di marmo antico è spostato da Girolamo da Carpi a Salviati stesso. La mostra si conclude proprio con quest’ultimo dipinto, presentato accanto al busto in bronzo di Bindo, opera di Cellini (dall’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston).

E le quota rosa?
Ritratti femminili percorrono tutta la mostra con altrettanta complessità allegorica, soprattutto quelli di Bronzino: la «Dama in rosso» nella prima sala, il «Ritratto di Eleonora col figlio Francesco», esposto accanto a un vero abito da lei indossato e il «Ritratto di Laura Battiferri», restaurato per l’occasione da Lucia e Andrea Dori, grazie a Ellie ed Edgar Cullman Jr dei «Friends of Florence», dove Laura regge tra le mani il Canzoniere di Petrarca.

Il catalogo della mostra, edito dal Metropolitan Museum, è distribuito da Yale University Press (328 pp, 212 ill. col., $ 65).

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