La pittura è azione, non contemplazione

Afro, Birolli, Santomaso, Scialoja e Vedova alla Galleria dello Scudo

Giuseppe Santomaso, «Paese», 1962
Franco Fanelli |  | Verona

«La trappola della natura»: così Renato Birolli si riferiva alle insidie di chi come lui, negli anni Cinquanta del ’900, si era inoltrato nei territori della pittura non figurativa. O meglio, di un astrattismo «concreto», tale da recidere il rapporto con le apparenze del reale. L’entusiasmo con cui l’artista nel 1957 saluta un devastante incendio nelle Cinque Terre oggi verrebbe censurato dalle (legittime) preoccupazioni ambientalistiche: ma per lui quel divampare di luci nella notte è l’occasione per dipingere una grande tela astratta, «finalmente», scrive al gallerista Cavellini.

La si può vedere nella mostra allestita fino al 31 luglio alla Galleria dello Scudo e intitolata «Spazio aperto». Spazio come tema e concetto che si ripresenta ogni volta che la storia della pittura è a una svolta: nel Gotico, nel Quattrocento fiorentino, nel Barocco, ad esempio. E ovviamente nel XX secolo, quando dopo la seconda guerra mondiale gli artisti riconnettono i fili con ciò che le avanguardie storiche avevano preannunciato.

Il Cubismo aveva dimostrato che compito del pittore non è dipingere ciò che vede ma ciò che «è». Il dinamismo e la simultaneità futuristi avevano aperto la strada alla gestualità e allo scorrere, sulla tela, di piani pittorici che, come nubi nel cielo, si sovrappongono, s’inspessiscono, si separano, si lacerano. Gli eredi di quel messaggio sono pittori come Afro e Santomaso, altri due artisti in mostra. Il rigore compositivo, l’architettura che sostiene la sua pittura, emergono con forza in due straordinari disegni preparatori.

Lo spazio è anche un luogo fisico, però. Procida, d’estate, è in quegli anni punto d’incontro tra Europa e America. Vi sbarcano Rothko e de Kooning, vi soggiorna Twombly. Con Afro e Birolli li raggiunge Toti Scialoja (il quarto dei protagonisti della rassegna veronese). Gli Stati Uniti saranno decisivi anche per Emilio Vedova, l’unico del quintetto italiano in mostra a trasferire nel gesto un’istanza politica e sociale.

Lo aveva fatto a contatto con le macerie lasciate dalla Guerra Civile spagnola e, negli anni Settanta, di fronte alle contraddizioni di una società, quella americana, in cui l’opulenza fa rima con violenza. E in questi casi, come fece Picasso con «Guernica», la pittura si spoglia del colore e si tinge di un nero drammaticamente squarciato da lampi di luce.

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