Assassinio sul Nilo

Di quando Luigi Vassalli, esule mazziniano e talentuoso ritrattista, trovò rifugio nel Chedivato d'Egitto

Marco Riccòmini |

Alla fine, il milanese Luigi Vassalli (1812-87) avrebbe convenuto con Hercule Poirot riguardo non all’Egitto, bensì alla sua Italia: «Quel pays sauvage!». Per un esule mazziniano sul quale pendeva una condanna a morte (poi condonata dal Governo austriaco), senza nulla in tasca salvo il diploma dell’Accademia di Brera e un certo talento nel ritrarre con matite e pennelli, il Chedivato di Egitto si era rivelato un rifugio accogliente.

Al servizio di Mohammed Said, il figlio del vicerè Ismail Pascià, era perfino riuscito a ottenere la nomina a ispettore degli scavi, salvo trovare poi sulla sua strada quel François Auguste Ferdinand Mariette che fu il primo direttore del Museo del Cairo. A Roma le voci dei suoi ritrovamenti arrivavano ovattate dalla distanza e tutto ciò che ottenne, dopo pile di pubblicazioni a sue spese, fu soltanto il posto di conservatore «di prima classe» del Museo Nazionale di Antichità di Napoli, declassato presto a quello di semplice «custode».

Tornato, quindi, al Cairo, fu nominato conservatore del Museo di Bulaq e, alla morte di Mariette, riuscì a occupare «ad interim» la carica di direttore del Museo del Cairo, prima di essere spodestato da un altro francese, Gaston Maspero. Fece così nuovamente ritorno in patria, con un po’ di amarezza nel cuore e una manciata di sabbia di Giza nelle tasche.

Una sera, ripensando ai tramonti sul Nilo, caricò il revolver e, guardando il sole coricarsi sopra l’Aventino, si sparò un colpo in testa. Quando il 17 marzo 1904 venne inaugurato l’emiciclo in memoria di Mariette, di fronte al Museo del Cairo, il busto di Luigi Vassalli, scolpito in marmo dal romano Guido Calori (1885-1960), era il solo a fare compagnia al ritratto in bronzo a figura intera del celebre egittologo francese, col fez in testa. «Grazie a Dio, c’è felicità nel mondo», avrebbe chiosato la signora Allerton. «Come dice Lei, signora, grazie a Dio per questo», avrebbe risposto Poirot. Ma, forse, nel caso di Vassalli, più che di felicità si dovrebbe parlare di giustizia.

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