Prevenire è meglio che curare

L’archeologia preventiva nasce dalla necessità di conciliare la salvaguardia del patrimonio con la pianificazione di opere edilizie che comportano lavori di scavo

Laura Giuliani |

L’archeologia preventiva nasce dalla necessità di conciliare la salvaguardia del patrimonio storico archeologico con la pianificazione di opere edilizie che comportano lavori di scavo, valutando i rischi e definendo le priorità di intervento e la prevenzione dei danni. In Italia, dopo il boom edilizio degli anni ’60 e ’70 e l’influenza esercitata dalle esperienze maturate soprattutto in Gran Bretagna, ci si accorse che gli scavi d’emergenza rischiavano di compromettere il patrimonio archeologico.

La valutazione del rischio archeologico venne introdotta nel 2004 nel Codice dei beni culturali, all’articolo 28, consentendo al soprintendente di disporre saggi preventivi a spese del committente dell’opera stessa. Con la legge 109 del 25 giugno 2005, poi confluita negli articoli 95-96 del decreto legislativo n. 163 del 12 aprile 2006, è stata definita la procedura della cosiddetta Verifica preventiva dell’interesse archeologico prevedendo indagini conoscitive preliminari agli scavi nell’ipotesi di realizzazione di opere pubbliche per verificare l’eventuale presenza di evidenze archeologiche.

In realtà, la base culturale primigenia dell’archeologia preventiva va ricercata nella Convenzione di La Valletta del 1992, ratificata dall’Italia solo nel 2015. Attualmente, l’archeologia preventiva è regolamentata dal Codice degli Appalti (D. Lgs. 2016, n. 50, art. 25) con l’obiettivo di analizzare a fondo le aree interessate in una fase propedeutica dei progetti e quindi consentire di proporre misure di salvaguardia.

Ciò nonostante le criticità sono tante, dalla proposta di emendamento (respinto) all’art. 25 del Decreto Milleproroghe che ha tentato di stravolgere le procedure per renderle più agili, alla carenza cronica di personale tecnico scientifico nelle Soprintendenze fino alla mancanza di un piano informativo territoriale che offra una visione di insieme: in Italia l’archeologia preventiva è vista come un problema, non come un’opportunità.

Di tutto questo si è parlato nel corso del convegno «L’archeologia preventiva nel quadro del Recovery Plan» organizzato dall’Accademia Nazionale dei Lincei il 28 maggio scorso, nato dall’esigenza di esaminare e prevedere i rischi che potrebbero comportare i grandi lavori infrastrutturali annunciati dal Recovery Plan.

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