Il termometro del mercato: Rashid Johnson

Artista multidisciplinare e board of trustee della Guggenheim Foundation, ha un record personale di 950mila dollari

Rashid Johnson © Cortesia dell’artista e Hauser & Wirth. Foto Axel Dupeux
Alessia Zorloni |

Da ormai una decina d’anni, da quando Bonhams ha creato a Londra un dipartimento dedicato all’arte africana contemporanea, l’Africa sembra essere l’ultima frontiera del mercato dell’arte. Sono nate fiere specializzate nell’arte contemporanea africana e nelle sue diaspore come 1:54, dal 2013 a Londra, poi a New York, Marrakech e Parigi, mentre altre, come Akaa (acronimo di Also Known As Africa) si sono concentrate sulla promozione del design e della fotografia.

Identità black. Il recente successo degli artisti afroamericani appare anche come un tentativo di risanare le disparità culturali che hanno caratterizzato il sistema dell’arte per molto tempo, e di affermare una storia dell’arte il più possibile eterogenea e completa. Così la maggior parte delle istituzioni ha incrementato i propri rapporti con gli artisti afroamericani, non solo attraverso mostre e acquisizioni, ma anche coinvolgendoli nei loro board. Questo è il caso di Rashid Johnson (Chicago, 1977), uno dei primi artisti a far parte del Board of Trustee della Solomon R. Guggenheim Foundation.

Artista multidisciplinare, Rashid Johnson è noto per l’incorporazione di una vasta gamma di materiali e oggetti nelle sue opere (come burro di karité, sapone, radio, libri, copertine di dischi, rocce e piante tropicali) attraverso i quali indaga sulle tematiche dell’identità, della memoria e dell’integrazione. Le sue narrazioni multimediali molto spesso prendono spunto da episodi della sua infanzia o da riflessioni correlate ai temi della blackness e dell’identità culturale afroamericana.

La formazione. Rashid Johnson comincia a muovere i primi passi nel mondo dell’arte quando, alla fine degli anni Novanta, ancora studente universitario di fotografia presso il Columbia College di Chicago, entra in contatto con due galleristi della città, Martha Schneider e Jumaane N’Namdi, grazie ai quali ha la possibilità di presentare le sue prime mostre personali. La sua carriera inizia nel 2001, quando a soli ventuno anni è il più giovane artista a essere invitato alla mostra «Freestyle», insieme a Mark Bradford e Julie Mehretu, presso lo Studio Museum di Harlem.

Una carriera che si è sviluppata con mostre personali presso il Museum of Contemporary Art di Chicago (2012), il Miami Art Museum (2012), il Garage Museum di Mosca (2016), la GAMeC-Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo (2016) e più recentemente l’Aspen Art Museum (2019) e il Museo Tamayo di Mexico City (2019).

In asta. Il mercato secondario di Rashid Johnson è stato caratterizzato da una crescita lineare fino al 2015. Nel 2017, dopo una momentanea battuta d’arresto, è iniziato un nuovo momento di ascesa, e il 2019 si è chiuso con un fatturato di 3,3 milioni di dollari. Il 2019 è stato l’anno migliore per l’artista, che stabilisce il suo record assoluto con «Untitled Escape Collage». Si tratta di una grande tela, realizzata nel 2019 e battuta all’asta da Sotheby’s New York a 950mila dollari. La cifra è stata poi devoluta all’Hammer Museum, per la realizzazione di un fondo per artisti.

La produzione dell’artista ha una forchetta di prezzo molto vasta che va da 10mila a 1 milione di dollari. I lavori più quotati sono le grandi tele delle serie «Untitled Escape Collage» e «Untitled Anxious Men/Audience» in cui l’artista impiega una tecnica mista, mentre la quasi totalità dei top lot è di recente creazione, in quanto prodotti entro cinque anni dalla vendita all’asta. Le sculture, infine, non superano i 170mila dollari, con un tasso di invenduto più alto rispetto alle fotografie e ai dipinti. L’artista vive e lavora a New York ed è rappresentato da Hauser & Wirth (Zurigo, Londra, Hong Kong, New York, Los Angeles), Massimo De Carlo (Milano, Londra e Hong Kong) e David Kordansky Gallery (Los Angeles).

© Riproduzione riservata Rashid Johnson, «The Broken Five», 2020 © Cortesia dell’artista e Hauser & Wirth. Foto: Martin Parsekian
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