Riemersione

Ma come ripartire (bene) è la nuova emergenza

Flaminio Gualdoni |

Il mondo dell'arte riapre: per primi mostre musei, presto fiere e aste. Si vedrà con quali e quanti cambiamenti. Certo con tanta voglia e tante necessità. Ma ripartire bene, gioia a parte, non sarà affatto facile. Gli operatori dovranno investire: idee, energie, denaro.

Alla fine, riemergiamo. Anche noi quattro gatti del mondo dell’arte. Nei periodi più bui dell’epidemia (giuro, non userò mai neanche sotto tortura l’espressione «pandemia», che è già diventata una giaculatoria stantia, uno slogan un po’ come, in epoche diverse, il «capitalismo avanzato» e il «nuovo millennio») mi è sembrato, devo dire, che l’arte godesse, sul piano istituzionale e della cultura media, della medesima considerazione di prima: la ritenevano superflua e non se la filavano punto, e non hanno fatto che ufficializzare l’opinione, chiudendo d’emblée musei, monumenti e gallerie.

Mica solo da noi, l’idea prevalente era che fosse una faccenda di flussi turistici con relativi assembramenti (combinare i termini assembramento e museo dà vita notoriamente, salvo che nei soliti tre luoghi, a un ossimoro grottesco) e quindi, congelato il turismo, che rimanevano aperti a fare? Paesi come Gran Bretagna, Francia, Olanda continuano peraltro, imperterriti e tetragoni, la serrata. Non son sicuro che ora le folle accorreranno, ma è quello che è sempre accaduto, d’altronde. Né si potrà ricorrere subito alle «grandi mostre», che sono una faccenda complicata e costosa da organizzare anche quando le fanno brutte: ci vorrà del tempo, prima che tutti i meccanismi siano tirati a lucido.

In compenso, e ciò è sicuramente bene, a occhio si sgonfierà un po’ la ratatouille di iniziative web che insidiava le nostre solitudini (e la nostra casella email) con decine di iniziative quotidiane sulla qualunque, che perlopiù erano volenterose imitazioni artigianali dei talk show che ci ammannisce la tv, una roba perlopiù tristissima.

Gli esiti principali sono stati: a) in negativo, confermarci che non c’è niente da fare, ancor più della didattica a distanza a scuola parlar d’arte davanti a una webcam ha un effetto desolante, anche perché è come una commemorazione vagamente funebre in cui le opere sono assenti e non puoi far finta che ci siano; b) in positivo, costringere un sacco di gente sussiegosa (la presa di posizione più divertente che ho sentito è questa: «Sono professore ordinario, figurati se mi interesso a queste cose da elettricisti») a imparare almeno i fondamentali su come si usano computer, smartphone eccetera, dunque dare una botta di vita alle competenze informatiche medie del nostro mondo, che erano davvero bassine e pericolanti; c) realmente, convincerci che sarebbe davvero ora di avere anche noi delle reti affidabili e veloci anche senza aspettare le meraviglie del 5G: che è come la proverbiale Bella di Torriglia, che tutti ne parlano «ma nessuno se la piglia» perché non ci sarà davvero chissà fino a quando.

Certo, assistere in diretta alla scoperta di un nuovo Caravaggio (!) con fiero dibattito basato solo su alcune fotografie giusto non mediocri, con tutti che via web dicevano tutto e il contrario di tutto a proposito di un quadro malandato che solo poche, pochissime persone hanno potuto esaminare de visu e pressoché nessuno con il tempo necessario, è stato affascinante e istruttivo, e inquietante la sua parte. Ma lì c’era di mezzo anche il mercato, e potenzialmente molto denaro: e siamo in attesa che, finito il rumore del chiacchiericcio, come canta la milonga di Paolo Conte «Atahualpa o qualche altro dio non ti dica: descánsate niño, che continuo io».

Già, il denaro. La chiusura di tutto ha moltiplicato a dismisura la quantità di aste online, dai livelli infimi ai massimi, segno che non è poi così vero che fossimo diventati tutti poveri o abulici. Adesso torneranno pure le fiere, ma ho la sensazione che l’ebbrezza da poker online delle aste via web ormai abbia guadagnato un suo territorio difficilmente insidiabile, anche se tutto da capire bene.

Resta da decifrare inoltre, a un altro livello, cosa sarà di faccende come i Non Fungible Token (Nft) di Beeple e compagni, che d’un colpo hanno reso preistoria anche l’effetto di novità e i freschi record di vendita di Obvious e indicato una vera «terra incognita». Possiamo anche chiamarlo, se vogliamo, «nuovo collezionismo», termine che ogni tanto qualcuno reinventa, ma alla fin fine sappiamo tutti che cos’è davvero. È vero, formalmente per decreto governativo questo è il momento della emersione. Ma come ripartire (bene) è la nuova emergenza.

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