Weekend di primavera | Il Galata di Bologna

Itinerari sorprendenti vicino a casa

Marco Riccòmini |  | Bologna

Sì, sì, diranno con un sorrisino quelle più argute. «Io ho visto anche la torre, a Istanbul». La torre? «Ma sì, la Torre di Galata, a Pera!». Ah, già, rispondete, confusi. A quel punto, giusto per punzecchiarle un po’, aggiungete: «La torre dove il “povero” Galata fu rinchiuso per anni, finendo col mangiare per la disperazione i suoi nipotini. Una storia tragica, dell’antica Costantinopoli», cercando di rimanere seri.

Ma di che cosa stiamo parlando? Del Galata in gesso grande al naturale che riposa sopra un piedistallo nella sala ovale dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ossia d’un calco tirato forse nell’Ottocento dal marmo che si conserva ai Musei Capitolini di Roma, a sua volta copia d’un bronzo greco d’età ellenistica attribuito a Epigono.

Pare che l’originale facesse parte di un altare commissionato da Attalo I di Pergamo per celebrare la sua vittoria contro i Galati, ossia quei popoli celtici (che i Romani chiamavano Galli), che venivano da Oriente e che si stanziarono prima in Tracia poi in quella parte di Anatolia che prese il loro nome: Galazia, nei pressi dell’attuale Ankara. «La guerra è finita, il nemico è scappato [e quello che non è scappato] è vinto, è battuto, dietro la collina non c’è più nessuno», assicurano ad Attalo. Sul costato mostra una ferita sanguinante, le armi sono ai suoi piedi, nudo, salvo per la torque, la collana che gli stringe il collo come un cappio.

WEEKEND DI PRIMAVERA
Il Galata di Bologna
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