Il vitello d’oro vale se cucinato alla brace

Una serigrafia di Banksy, convertita in Nft e bruciata in diretta, quadruplica il suo valore

Gloria Gatti |  | Milano

«Non era raro imbattersi in nomi e pensieri e forme e istituzioni cui non corrispondeva nulla d’esistente», così Calvino racconta il Medioevo in cui visse Il cavaliere inesistente. Oggi la sensazione è la stessa per la vendita da Christie’s dell’opera di Beeple alla sbalorditiva cifra di 69,3 milioni di dollari. La differenza è che l’opera esiste, ma solo nell’etere, ed è un collage di 5mila immagini, la maggior parte rivisitazioni digitali fantasy di Shrek, Babbo Natale e Donald Trump, come quelle che si vendono a Scope, unite in un unico file jpeg, salvato in un Nft (Non Fungible Token).

Le singole immagini erano già state tutte pubblicate sulla sua pagina Instagram, ma «Everydays: The First 5000 Days», il loro collage, è un’opera unica, la cui autenticità è garantita dalla tecnologia blockchain e che può essere trasferita attraverso una piattaforma di exchange di token, come Metapurse, il più grande fondo di Nft al mondo, finanziato da Metakovan, acquirente, guarda caso, dell’opera.

I token sono assimilabili a «gettoni del telefono» evoluti e virtuali che utilizzano una tecnica di cifratura e incorporano o meglio archiviano un dato o un rapporto giuridico anche sotto il profilo temporale. S’è parlato di criptoarte come di una nuova pietra filosofale o una nuova avanguardia, ma in questo caso cripto è solo il mezzo in cui è incorporato il jpeg, un formato che usiamo tutti da quando è stata inventata la fotografia digitale, insomma, solo l’armatura del «cavaliere inesistente».

Cripto è anche la valuta virtuale con cui è stata pagata l’opera, per cui non esiste un «sistema di scambio idoneo a determinare l’effettivo valore in euro a una certa data» (Tribunale Brescia, n. 7556/2018) ma è solo una «rappresentazione digitale di valore» e può essere utilizzata come mezzo di pagamento solo in forza di un accordo pattizio ma soggiace «agli adempimenti di cui agli artt. 91 e seguenti TUF, la cui omissione integra il reato di abusivismo ex art. 166» (Cass. Pen. n. 26807/2020) se è proposta come investimento o forma di gestione collettiva del risparmio.

Della tecnologia blockchain si è anche evidenziata l’utilità come mezzo per garantire l’autenticità dell’opera d’arte. Ma se per gli artisti viventi questa forma può avere la finalità economica e sociale di dare certezza a un rapporto giuridico, per la natura immodificabile dei blocchi contenenti i dati e, in questo caso, inconfutabilmente attestare che «Everyday’s. The First 5000 Days» è proprio l’opera di Beeple venduta da Christie’s l’11 marzo, certo non può porre al riparo alcuno dal fatto che, domani o un giorno, quelle 5mila immagini presenti da anni in rete, e di cui l’autore è rimasto titolare dei diritti, non saranno assemblate secondo un ordine diverso per creare uno o più  altrettanto «unici» collage da 70 milioni di dollari.

Per le opere di artisti defunti, la cui autenticità è legata all’opinione di un esperto o di un archivio, invece, un mezzo certo per conservare un dato incerto ha la stessa valenza che potrebbe avere una promessa d’amore eterno, se venisse scritta in una lettera mandata via posta certificata. Più comunemente, invece, per tokenizzazione di un’opera d’arte si intende una sorta di sua cartolarizzazione digitale che trasforma un dipinto o una scultura, beni illiquidi, in tanti beni liquidi (quote virtuali) vendibili singolarmente mediante «smart contracts» (la prima opera a essere tokenizzata nel 2018 fu «14 Small Electric Chairs» di Andy Warhol).

Nel suo rapporto del 2 gennaio 2020 la Consob ha però correttamente precisato che «queste, nella misura in cui non sono ancorate a progetti imprenditoriali concreti e non comportino, quindi, la promessa di un bene/servizio da realizzare, possono prestarsi a comportamenti opportunistici, tesi a raccogliere risparmio in assenza del quadro di tutele tipico garantito dalle vigenti norme». Ma una volta tokenizzata l’opera, i token iniziano a vivere di vita propria e il loro valore di scambio si separa da quello dell’opera madre e lievita nell’economia di fantasia dell’etere senza un corrispondente aumento di valore dell’asset sottostante. Per questo Injective Protocol ha acquistato «Morons (White)» (2006), una serigrafia di Banksy per 95mila dollari, l’ha convertita in un Nft e poi l’ha bruciata in diretta video.

Il Corpus mechanicum è stato bruciato perché, se esistesse ancora, il valore rimarrebbe principalmente lì, piuttosto che negli asset digitali che ora sono stati scambiati per 380mila dollari. La distruzione dell’opera in performance, inoltre, ha «il vantaggio» di eliminare alla radice il problema della volatilità del prezzo dell’arte e la sua non audibilità, criticità che hanno determinato sinora l’insuccesso degli art fund. La performance di Injective Protocol è, quindi, giuridicamente geniale e lo è pure la scelta di Morons e del suo disclaimer «non posso credere che voi idioti compriate davvero questa schifezza» e forse persino Yves Klein, che aveva scambiato «zone di sensibilità pittorica immateriale» con lingotti d’oro, bruciato le ricevute di garanzia d’acquisto e gettato metà dell’oro nella Senna, avrebbe potuto compiacersi per quest’idea.

I 5mila giorni di Beeple, invece, sembrano soltanto il matrimonio d’interesse tra un’accattivante campagna marketing messa in essere dalla casa d’aste per invogliare i collezionisti a possedere l’ultimo vitello d’oro, questa volta senza firma di Damien Hirst, con un potente operatore di mercato. Insomma, una replica dello schema già elaborato da Christie’s nel 2018 per il «Ritratto di Edmond Belamy», l’opera creata da una AI, di cui ora s’è persa la memoria, che è stata perfezionata grazie a uno sponsor strategico. In questo caso resta comunque l’impressione che il mezzo sia stato più protagonista dell’artista che, invece, resterà l’unico capace di trasformare in arte anche un cubo invisibile, come ha insegnato Gino De Dominicis.

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