Mario Epifani: «Non posso che avere propositi ambiziosi»

I nuovi direttori dei «supermusei» statali | Palazzo Reale di Napoli

Olga Scotto di Vettimo |  | Napoli

Alla direzione di Palazzo Reale di Napoli, tra i 13 nuovi siti a cui il Mibact di recente ha conferito autonomia, si è insediato lo scorso autunno Mario Epifani (Roma 1974). Come funzionario storico  dell’arte ha lavorato dal 2010 presso la Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Torino. Nominato nel 2014 direttore dell’Armeria Reale e nel 2015 curatore delle collezioni d’arte dei Musei Reali di Torino, Epifani nel luglio 2020 si è trasferito al Museo e Real Bosco di Capodimonte, ritornando a Napoli, città in cui ha svolto parte della sua formazione postuniversitaria.

Ma appena pochi mesi dopo, sopraggiunta la nomina, ha lasciato la reggia museo per il nuovo incarico alla direzione di Palazzo Reale, altro sito fortemente rappresentativo della storia e della cultura partenopea. Costruito nel 1600 per il re di Spagna, su iniziativa del viceré e su progetto di Domenico Fontana, il palazzo (sulla cui architettura sono intervenuti nel Sette e Ottocento, rispettivamente, Luigi Vanvitelli e Gaetano Genovesi) si apre sulla scenografica piazza del Plebiscito, luogo simbolo tra i più noti della città, nonché grande attrattore dei flussi turistici.

Direttore Epifani, dopo dieci anni di esperienza nel Mibact (oggi MiC), spesi tra territorio e musei, è ora alla guida di un museo autonomo. Che cosa pensa della separazione tra musei e territorio?

Certamente in Italia, diversamente da altri Paesi, è forte e significativa la continuità tra museo e territorio. Tuttavia, ritengo che la separazione sia necessaria e funzionale sicuramente per gli aspetti gestionali, ma anche per il rapporto con il pubblico, benché sia inevitabile che il museo, come struttura a sé stante, possa esserne un po’ penalizzato. L’esperienza dell’autonomia, vissuta a Torino presso l’Armeria Reale, ha indubbiamente influenzato e modificato il mio approccio lavorativo. Occorre ricordare che l’autonomia è riferibile anche a un altro aspetto della riforma Franceschini su cui normalmente si insiste meno: la liberalizzazione delle immagini, che consente di poter fare scatti fotografici nei musei, ma anche di ottenere riproduzioni digitali di beni archivistici e bibliotecari, ha comportato finalmente l’adeguamento della normativa italiana a quella degli altri Paesi.

Quale organizzazione ha trovato all’indomani della sua nomina?

Mi sono insediato il 2 novembre 2020, quattro giorni prima della nuova disposizione ministeriale di chiusura dei musei per pandemia. Palazzo Reale era già uno dei musei della Rete regionale, ma lo staff di cui dispone attualmente non è al completo. Posso contare su circa 50 unità, tra personale di vigilanza, funzionari e assistenti. Mancano, però, amministrativi e architetti, in una sede dove la parte architettonica è preponderante.

Come procede la convivenza con gli altri uffici del Mibact presenti nel Palazzo?

Palazzo Reale non ospita solo il museo che dirigo, ma anche gli uffici della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli e della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli. Inoltre, nell’ala orientale è sistemata la Biblioteca Nazionale di Napoli Vittorio Emanuele III, lì trasferita dal Palazzo dei Regi Studi, oggi Museo Archeologico Nazionale di Napoli, su impulso di Benedetto Croce; mentre in quella più antica si sviluppano gli ambienti musealizzati dell’Appartamento Storico, con la Sala degli Ambasciatori, la Sala del Trono, la Sala d’Ercole, la Cappella Palatina, il Teatro di Corte. Naturalmente siamo tutti enti dello Stato e questo consente un dialogo più agevole.

La scelta di destinare alcune sale alla biblioteca è penalizzante per il museo?

La sistemazione della biblioteca in quell’ala del Palazzo certamente interrompe la continuità tra gli spazi pubblici e quelli privati. Senz’altro occorrerà valorizzare il collegamento tra spazio museale e biblioteca, in modo che il percorso di visita sia più completo. Del Palazzo sono visitabili le sale di rappresentanza ma non gli spazi privati e questo non consente di restituire pienamente la storia e il vissuto quotidiano del sito, nonché il passaggio dal periodo vicereale ai Borbone ai Savoia. Ad esempio, mi piacerebbe recuperare l’ammezzato, le antiche cucine ora adibite a laboratorio di restauro.

Quali cantieri sono in corso a Palazzo Reale?

Al mio arrivo ho trovato già concluso un intervento sull’impianto elettrico che ha previsto la sostituzione delle lampadine con luci led. Questa nuova illuminazione dei lampadari ha reso le sale più ricche e sfarzose. Altri interventi, meno apprezzabili dai visitatori, ma sostanziali per la struttura, sono ancora in corso e sono indirizzati alla messa in sicurezza del complesso. Sono previsti, inoltre, lavori per allestire un nuovo spazio accoglienza, quindi la biglietteria e il bookshop, e occorrerà fare una gara di affidamento per realizzare la caffetteria. I servizi sono fondamentali per ragionare e ridisegnare gli accessi e i percorsi di visita e per poter stabile un nuovo rapporto tra il palazzo e la città.

Utilizzerà Palazzo Reale anche come sede espositiva?

È stato da poco nominato il Consiglio di amministrazione, composto dall'attuale direttore regionale Musei Campania Marta Ragozzino, dal giornalista Alessandro Barbano, dal professore Guido Clemente di San Luca e dal professore Arturo De Vivo; mentre sono ancora in attesa della nomina del Comitato scientifico con cui potrò presto confrontarmi anche su questo argomento. Tuttavia, ritengo che le mostre abbiano bisogno di spazi adeguati e all’interno del Palazzo non esistono molti ambienti adatti allo scopo. Certamente si potranno fare alcuni approfondimenti espositivi mirati: penso, ad esempio, a mostre sui personaggi che hanno vissuto nel palazzo o di opere restaurate. Si potrebbe utilizzare allo scopo la Sala dorica, mentre il Cortile d’onore potrebbe ospitare installazioni di arte contemporanea. Più che sulle mostre ritengo, però, che si debba lavorare sulla narrazione del museo e dei suoi ambienti, mettendo in collegamento, ad esempio, il teatro pubblico, quello dell’adiacente Teatro di San Carlo, con quello privato che è nel palazzo. Inoltre vorrei curare la visita al giardino pensile, da cui si apre una vista incredibile sul golfo di Napoli. Occorre rendere accessibile quello spazio.

Come immagina i prossimi quattro anni?

Nonostante il particolare momento storico, il mio compito è di rilanciare il museo, quindi non posso che avere propositi ambiziosi. Tuttavia, in questo momento, dalla riapertura dello scorso gennaio, non abbiamo più di qualche decina di visitatori al giorno. Gli incassi ridotti e la mobilità ridotta indubbiamente hanno qualche ripercussione sulla possibilità di fare progetti. Penso a Palazzo Reale come alle maggiori residenze reali europee, da Versailles a Schönbrunn. Si deve recuperare l’identità del posto, ci si deve interrogare su come fosse e come si inserisse nel dialogo con la città. Occorre oggi domandarsi se è corretto quello che si percepisce del Palazzo. È un luogo che racconta una storia secolare che deve emergere con maggiore chiarezza.

Come opererà, quindi?

Non vogliamo fare tutto da soli. C’è tanto lavoro da svolgere e ci avvarremo delle competenze di studiosi e delle Università per i necessari approfondimenti. Inoltre abbiamo intenzione di aprire i nostri laboratori alla formazione, attraverso progetti con l’Accademia di Belle Arti di Napoli, in particolare nell’ambito del restauro.

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