La classifica mondiale dei musei più visitati

Il conto del crollo: misuriamo il danno Covid 2020

Alessandro Martini |

I visitatori dei primi 100 musei europei nel 2020, l’anno della pandemia, sono sono stati 24 milioni rispetto ai quasi 83 del 2019, «l’ultimo anno record», come titolava la tradizionale Classifica mondiale di «Il Giornale dell’Arte» e «The Art Newspaper» dello scorso anno. Un dato ovviamente atteso determinato dalle chiusure forzate, seppur non uniformi nei Paesi europei e ancora meno a livello mondiale (la Nuova Zelanda, ad esempio, non ha mai chiuso i suoi musei). Nell’anno della cultura forzatamente «online», verso quale modello dovranno andare i grandi musei di domani?

LA CLASSIFICA MONDIALE DEI MUSEI PIÙ VISITATI IN ITALIA NEL 2019
LA CLASSIFICA MONDIALE DEI MUSEI PIÙ VISITATI NEL MONDO NEL 2019

L'inchiesta è pubblicata nel Giornale dell'Arte in edicola ad aprile.

Non è una classifica, o almeno non lo è secondo le modalità, gli obiettivi e il significato delle precedenti tredici edizioni della tradizionale Classifica mondiale dei musei mondiali compilata da «Il Giornale dell’Arte» e «The Art Newspaper». E non potrebbe essere diversamente nell’anno in cui la pandemia ha rivoluzionato anche il mondo dell’arte, a partire dai luoghi «fisici» della cultura. I visitatori dei primi 100 musei europei nel 2020 sono sono stati 24 milioni rispetto ai quasi 83 del 2019, «l’ultimo anno record», come titolavamo lo scorso anno. Un calo globale del 77% se esteso ai primi 100 musei del mondo (censiti nella tabella sottostante): dato atteso determinato dalle chiusure forzate, seppur non uniformi nei Paesi europei e ancora meno a livello mondiale. Nell’anno della cultura forzatamente «online» («Chiuso sì, mai spento», dichiara orgoglioso il MaXXI di Roma, celebrando il suo decennale), verso quale modello dovranno andare i grandi musei di domani?

Non è un anno normale
Prima ancora dei dati, vale la pena riconoscere il significato (limiti compresi) di un’indagine «eccezionale», perché viziata dal virus. «Quest’anno non abbiamo dati per nessuno dei nostri istituti. Non avrebbe senso una classifica che compara musei con periodi di apertura diversi da provincia a provincia, da regione a regione, per non parlare dell’Europa e del resto del mondo. Sarebbe una classifica con ben poco senso, che rischierebbe di dare una visione distorta della realtà»: questa è la premessa, sintetizzata nelle parole di uno dei musei che hanno preferito non inviare i dati degli ingressi. Certo, non è una sorpresa il «crollo» del numero dei visitatori, fisicamente impediti all’accesso negli spazi dei musei italiani e internazionali. Ma su questi dati, «fisici» appunto, si basa il rilevamento della nostra tradizionale indagine. La sua 14ma edizione è certo la più complessa e per molti versi ambigua, ma non per questo meno significativa.

In un anno normale, più di 9 milioni di visitatori si affollano davanti alla Gioconda al Louvre di Parigi (che anche quest’anno è il primo museo al mondo, con 2,7 milioni di ingressi rispetto ai 9,6 del 2019), e mezzo milione di persone «à la page» si presentano per il vernissage della mostra annuale nel Costume Institute del Metropolitan di New York (1,12 milioni contro 6,5).

Ma non c’è stato nulla di normale nel 2020. Il nostro sondaggio rivela che lo scorso anno la partecipazione complessiva nei 100 musei d’arte più visitati al mondo è diminuita, come già detto, di un epocale 77%: da 230 milioni nel 2019 a 54 milioni.

Il 2020 è iniziato con i primi allarmi da Wuhan sul Covid-19. A fine gennaio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato l’epidemia «un’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale». Il Museo nazionale cinese di Pechino, il secondo più visitato al mondo nel 2019 con 7,4 milioni di ingressi, non compare nella nostra classifica (come molti altri, per impossibilità o per scelta) perché il suo nuovo sistema di prenotazione dei biglietti non gli ha consentito di fornire dati attendibili al momento di andare in stampa.

Il museo asiatico più visitato nel 2020 è quindi il Museo di arte contemporanea del XXI secolo a Kanazawa, in Giappone, con 971mila visitatori e soli 66 giorni di chiusura «extra», cioè direttamente dovuti al Covid-19: dato che riflette la rinuncia del Paese a rigide chiusure. Dalle 280 istituzioni internazionali che hanno fornito il numero di giorni di chiusura direttamente dovuti alla crisi sanitaria si ricava il dato medio secondo cui i musei sono stati chiusi per 145 giorni «extra»: un totale di 41mila giornate. Più di un secolo di visite ai musei perse l’anno scorso.

Da Parigi a Firenze
Entro la metà di marzo 2020, 250 milioni di europei sono entrati nel loro primo lockdown. Seppur con misure molto diverse (più rigide e lunghe in Francia e Italia rispetto, ad esempio, a Danimarca e Finlandia), in media i musei europei sono stati chiusi per 112 giorni in più nel 2020 rispetto all’anno precedente. Erano stati quasi 83 milioni i visitatori dei primi 100 musei europei nel 2019, sono stati solo 24 milioni nel 2020.

Tutte le città europee hanno registrato un forte calo del turismo internazionale, soprattutto durante i redditizi mesi estivi. Secondo un rapporto dell’Organizzazione mondiale del turismo delle Nazioni Unite Parigi ha ricevuto solo il 5% del suo consueto numero di turisti estivi. I tre principali musei parigini, il Louvre, il Centre Pompidou e il Musée d’Orsay, hanno registrato un calo complessivo del 73% e 4,5 milioni di ingressi rispetto ai 16,5 milioni del 2019. A richiamare, almeno in parte, i 2,7 milioni di visitatori del Louvre (-72%) è stata l’irripetibile mostra su Leonardo, la più visitata di sempre nel museo parigino (con oltre 10mila ingressi al giorno). Ciò nonostante, il Louvre ha registrato perdite per circa 90 milioni di euro.

Il crollo del turismo ha colpito anche i grandi musei spagnoli: -76% per il Prado di Madrid (da 3,5 milioni di ingressi nel 2019 a 852mila) e -72% al Reina Sofía (da 4,4 a 1,2 milioni).

Calo addirittura dell’81% ai Musei Vaticani (1,3 milioni nel 2020, contro i 6,8 dell’anno precedente) e alle Gallerie dell’Accademia di Firenze, mentre gli Uffizi, sempre primi in Italia, «riducono» le perdite al 72%. Tra i grandi contenitori di mostre (che in molti casi, quindi, hanno almeno in parte salvato programmazione e bilanci), i visitatori di Palazzo Reale a Milano sono calati solo del 48% (a circa 391mila), nonostante i 193 giorni di chiusura extra rispetto a un anno ordinario: uno dei tassi più alti tra i luoghi culturali in Europa, e non a caso in Lombardia, una delle regioni più colpite dal Covid-19. La National Gallery of Ireland di Dublino, ad esempio, è rimasta chiusa per circa lo stesso periodo di tempo, 186 giorni, ma ha subito un calo del 73%.

Inghilterra up and down
Nel Regno Unito, pur perdendo più di 4,5 milioni di visitatori, la Tate Modern di Londra riesce finalmente a superare il British Museum (Bm), capofila dei musei britannici negli ultimi dieci anni (salvo il 2018, quando la Tate prevalse grazie alla mostra su Picasso). Nel 2020 il Bm è rimasto chiuso per 208 giorni rispetto ai 173 della Tate. Come tanti grandi musei del mondo anche quelli britannici contano molto sul turismo: nel 2019 il pubblico del Bm è stato composto per il 77% da visitatori stranieri, mentre quello della National Gallery è di norma circa il 60%.

Nel secondo trimestre del 2020, quando il Regno Unito è entrato nel primo lockdown, i turisti dall’estero sono diminuiti del 96%. Alla riapertura, dopo un calo delle presenze del 77%, la maggior parte dei musei britannici ha operato solo tra il 20% e il 30% della capacità normale, con conseguenti enormi perdite finanziarie: -60% per la Tate e -63% per il Victoria and Albert Museum.

È importante notare che, oltre a riflettere la perdita di introiti legati ai visitatori (biglietti, negozi, servizi...), queste cifre includono anche le donazioni, che potrebbero generarsi anche senza la presenza fisica del pubblico. Tra le storie di (relativo) successo, la mostra itinerante dei tesori di Tutankhamon del Grand Egyptian Museum del Cairo è stata visitata da più di 580mila persone alla Saatchi Gallery, nonostante i biglietti costassero fino a 40 sterline, mentre Olafur Eliasson della Tate Modern è stato visto da più di mezzo milione di persone.

New York: quale futuro per i «big four»
Gli Stati Uniti hanno il triste primato del maggior numero di casi e di decessi da Covid-19 al mondo (circa 550mila). Poiché negli Usa ogni singolo Stato stabilisce i propri protocolli di sicurezza, i musei sono stati sottoposti a regole assai diverse.

I giorni di chiusura imposta dal virus sono variati da 75 (Crystal Bridges Museum of American Art in Arkansas) a 293 (National Museum of the American Indian a New York). Molti musei californiani hanno chiuso lo scorso marzo e non hanno più accolto visitatori per la maggior parte dell’anno. Il Los Angeles County Museum of Art ha cercato di alleviare parte degli oneri finanziari mettendo sul mercato la casa da 2 milioni di dollari del suo direttore.

A New York i quattro colossi dell’arte sono passati da 11 milioni di visitatori nel 2019 a 2,2 milioni nel 2020: 1,1 milioni al Metropolitan, 706mila al MoMA, 233mila al Whitney e 154mila al Guggenheim, che ha subito il calo maggiore (-88%), essendo rimasto chiuso 7 mesi per poi riaprire al 25% della capacità. La crisi sanitaria ha messo a dura prova i piani del Met di celebrare il suo 150mo anniversario e ha contribuito a una perdita di introiti di circa 150 milioni di dollari.

Con la riapertura in agosto al 25% della capacità, i visitatori sono arrivati a una media di 4.065 al giorno, per il 90% locali. E si sa quanto i grandi musei mondiali dipendono, per la propria salute finanziaria, dai grandi numeri che solo i flussi internazionali possono garantire. È proprio questo un tema su cui molti stanno ragionando e si stanno confrontando: quale modello per un futuro incerto, in cui la «variante pandemia» potrebbe non essere un’eccezione limitata al 2020?

Modello down under
La Nuova Zelanda è stata una delle storie di successo della lotta alla pandemia, grazie a restrizioni tempestive e severe. I suoi musei sono rimasti chiusi per meno tempo rispetto alla media globale e nel complesso non hanno avuto limiti di capacità quando hanno riaperto, a differenza della maggior parte degli altri musei del mondo.

E sebbene l’Auckland Art Gallery Toi o Tāmaki abbia dovuto chiudere per 101 giorni e annullare le grandi mostre previste su Picasso e Monet a causa delle restrizioni di viaggio per le opere, ha comunque deciso di «tenere aperta, aggiungendovi nuove opere, “Toi Tū Toi Ora: Contemporary Māori Art’’, una mostra epocale di 111 dei nostri artisti indigeni, ha sottolineato orgogliosa la direttrice Kirsten Lacy. È stata la più grande mostra nei 133 anni di vita del museo»

Una storia di resistenza e forte progettualità, che indica nuove possibili strade ai musei di domani.

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