Il ritorno di Giovanni Battista Crema

Una grande retrospettiva al Castello Estense esplora il Divisionismo (e non solo)

Manuel Carrera |  | Ferrara

«È per il popolo che noi facciamo l’arte, perché le classi superiori sono già bastantemente civili e non ne hanno molto bisogno». Così scriveva nel 1904 Giovanni Battista Crema a pochi mesi dal suo arrivo a Roma, dopo una formazione itinerante tra la nativa Ferrara, Napoli (con Domenico Morelli) e Bologna. Classe 1883, proveniente da una facoltosa famiglia di tradizione forense, nella capitale il giovane ferrarese viene immediatamente sedotto dalla modernità del cenacolo di Giacomo Balla e dai temi del «socialismo umanitario», evidentemente in polemico distacco dai rigidi schemi imposti dalla formazione classica.

Proprio in virtù di tale incontenibile desiderio di rottura, approda con entusiasmo alla tecnica divisionista, che in uno dei suoi scritti dichiara come fondamentale «per rappresentare con verità le cose» e ne diventa ben presto uno dei più fedeli esponenti. Quando Balla, Severini e gli altri divisionisti romani a partire dalla metà degli anni Dieci abbandoneranno gradualmente il tocco diviso, ritenendolo ormai fuori moda, Crema continuerà a impiegarlo con ostinazione, servendosene anche nella fase più tarda della sua attività.

A oggi, tuttavia, gli studi sull’ondata divisionista non sembrano aver compreso appieno la complessità della sua figura (spesso ingiustamente sottovalutata) nell’ambito del dibattito primonovecentesco sulla pittura moderna italiana. La grande retrospettiva al Castello Estense, aperta al pubblico dal primo maggio al 29 agosto, intende finalmente colmare tale lacuna e al contempo andare «oltre», illustrando le varie sfaccettature del suo itinerario artistico.

Crema torna a Ferrara dopo oltre mezzo secolo: risale al 1956 l’inaugurazione di una sala a lui dedicata a Palazzo dei Diamanti, allestita in seguito a una donazione, da parte dell’artista stesso, di un gruppo di opere, tra dipinti e lavori su carta, realizzate durante tutto l’arco della sua lunga carriera.

Era quello un periodo di profonda introspezione per il pittore ferrarese, il quale, riguardando al suo passato con acuta lucidità (e una punta di amarezza), stilava in quegli stessi anni i toccanti ricordi autobiografici intitolati Memorie inutili di un sopravvissuto, pubblicati integralmente per la prima volta nel catalogo della mostra odierna a scandire le tappe del suo vissuto artistico e umano. Suddivisa in sette sezioni tematiche, l’esposizione «Giovanni Battista Crema. Oltre il Divisionismo» delinea il ritratto di un artista difficile da etichettare, animato da un’inarrestabile creatività che lo portò a realizzare, in più di sessant’anni di attività, oltre un migliaio di dipinti e altrettante opere su carta, tra disegni, bozzetti, illustrazioni e incisioni.

«In fatto di tecnica pittorica il Crema, capii, la sa lunga!», affermò nel 1922 un giovane Filippo de Pisis in visita allo studio romano del concittadino: è però piuttosto la ricerca (talvolta quasi ossessiva) del valore narrativo delle immagini il filo che lega tra loro le opere oggi esposte al Castello, dal grande trittico «L’istoria dei ciechi dolorosa» (1904), apprezzato dalla regina Elena, alla monumentale tela delle «Danzatrici» (1921); dal suggestivo trittico di Parisina Malatesta (1921), apice del suo «simbolismo neo-estense» come lo definisce Lucio Scardino nel catalogo della mostra, alla visionaria, drammatica allegoria del Secolo XX (1935), già nella collezione personale di Lucio Dalla.

A documentare un’esuberante vena immaginifica, che esprimeva senza mai curarsi di poter risultare incoerente, si alternano in mostra ritratti, nudi e scene di vita domestica a visioni simboliste e istantanee di guerra, documentate con piglio espressamente realista.

«La guerra è costituita dalla assenza di ogni logica», scrive nelle sue memorie ricordando gli anni della Prima guerra mondiale trascorsi in trincea: «Da fatica, noia, puzzo, abbrutimento, stanchezza, pioggia, marce, rivolte di brigata, pidocchi, processi sommari, brevi combattimenti, soprattutto notturni, ferite, malattie, ospedale, e la morte sempre e ovunque presente».

Eppure, quando torna in servizio durante il secondo conflitto, ora in qualità di «pittore di guerra» per la Regia Marina, ogni intento polemico svanisce per far posto a una ritrovata sensualità estetica.

Si fa spazio nella sua produzione matura un’ostentata gioia di dipingere attraverso un linguaggio riccamente variopinto, talvolta volutamente ai limiti del kitsch, nelle cui atmosfere sospese e quasi cinematografiche è da individuare una traccia della modernità della figurazione di Crema, troppo spesso superficialmente associata a un attardato attaccamento alle tecniche della tradizione.

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