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L’arte contemporanea riflette la duplicità del mondo attuale

Franco Fanelli |

69,3 milioni per un file jpeg non sono uno scandalo. Non lo sono in assoluto: se il file contenesse la composizione per un farmaco capace di curare il Covid-19 sarebbero una bazzecola. Se il file è invece un’opera d’arte, lo sprovveduto di turno che mostri un sia pur lieve stupore verrebbe sommerso dalla compassione di coloro che vivono nel presente più digitalizzato di sempre; i più colti di loro potrebbero rispondere che non c’è poi molta differenza tra un file e il pezzo di carta allegato a un’opera di Donald Judd o di Sol LeWitt, comprensivo, oltre alla dichiarazione di autenticità, delle istruzioni e delle condizioni per il montaggio.

Si potrebbe caso mai obiettare sul valore estetico dell’opera (ah, ovviamente si sta parlando di «Everydays. The First 5.000 Days» di Beeple) e magari il punto è proprio questo.

L’arte contemporanea sta riproducendo fedelmente il mondo in cui viviamo. Che è fatto di una parte reale, dove spazio, tempo, misura geometrica, oggetti, odori, corpi ecc. hanno una loro fisicità; e di una parte parallela, dove tutto, comprese le categorie di cui sopra, sono immateriali. Questo mondo parallelo batte moneta propria e quindi virtuale (la criptovaluta) e fra le tante altre cose produce una sua forma d’arte, come quella di cui stiamo parlando.

Inutile aggiungere che la «Cappella Sistina Nft» di Beeple è stata acquistata da uno che nel criptotutto ci sguazza, cioè Metakovan, pseudonimo del fondatore e finanziatore di Metapurse, il più grande fondo Nft al mondo.

Certo che 5mila giorni sono una bella cifra. Sono gli ultimi 13 anni e mezzo di vita dell’autore ora trentanovenne. Una cosa del genere, ma totalmente basata sulla trascrizione numerica, la fece Roman Opalka. Considerato che iniziò nel 1965 a dipingere un quadro ogni giorno, trascrivendo progressivamente i numeri da 1 a infinito e che era arrivato alla cifra di 5.607.249 lavorando dal 1965 al 2011 (anno della sua morte), si arriva a, malcontati, 16.700 quadri circa. Tenendo presente che ogni sua tela misura 196x135 cm, sono facilmente immaginabili le dimensioni fisiche che richiederebbe un’eventuale esposizione di un’opera eseguita in 46 anni (e rimasta incompiuta).

Problemi ovviamente ignoti a Beeple e al mondo virtuale che sta in una chiavetta usb. Ma torniamo al punto. Se l’arte contemporanea riflette la duplicità del mondo attuale, avremo un lato A fatto di mostre e opere reali e un lato B fatto di mostre e opere digitali, cosa peraltro da tempo esistente, anche in epoca pre-Covid e pre-viewing room. Ma c’è dell’altro, ed è una questione di estetica. Nel mondo A l’arte è criptica, il messaggio è solo in parte deducibile dalla forma con cui l’opera si palesa e, soprattutto, è un mondo in cui l’opera per vivere è costantemente attaccata alla bombola d’ossigeno della teoria. Il mondo B è un criptomondo in cui le opere non sono affatto criptiche. Sono figurative e anche quando non lo sono appaiono piacevoli alla vista, potenziate dalla luce dello schermo del pc. A volte sono interattive (nel mondo A si direbbe «relazionali»), ma la logica è un po’ quella del videogame.

Sono facili perché in fondo illustrative e tautologiche: è un’arte che tautologicamente illustra le immagini che tutti conosciamo, come nel caso di Beeple, al secolo Mike Winkelmann, un bravo e affermato  graphic designer che ha lavorato con, fra gli altri, Vuitton, Coca-Cola e Apple e nulla più. Ed è qui che i mondi si ribaltano: stacca l’ossigeno della teoria e le opere reali del mondo A si mummificano in simulacri dell’arte. Icone vuote perché formalmente deboli.

Ed è a questo punto che sorge un dubbio: nel momento in cui la teoria (e accade molto spesso) non è neanche aria ma solo gas esilarante, c’è davvero differenza tra i simulacri in cartapesta dell’arte del mondo reale e le infinite e assai banali opere Non Fungible Token o criptoarte che dir si voglia del mondo virtuale? Chi è l’avatar dell’altro? Forse il problema non è il dove, ma il come.

Infine ci sono due motivi che spiegano perché l’arte dei due mondi sia in realtà speculare: il primo è che entrambe (lo dicono i numeri) vivono in quanto forme più o meno intellettuali di intrattenimento. Il secondo è che il mercato esasperatamente finanziario che detta legge nell’arte del mondo A è abbastanza irreale da somigliare in maniera impressionante a quello «crypto» che governa l’arte del mondo B.

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