La missione di Carla di Francesco per il patrimonio

Per la neo presidente del FAI Emilia-Romagna, le priorità sono mettere in sicurezza il territorio, sostenere i piccoli musei, digitalizzare

Valeria Tassinari |

Carla di Francesco, figura di lunga esperienza sul territorio regionale, ha appena assunto la carica di presidente del FAI Emilia-Romagna, succedendo a Marina Forni, ormai giunta al termine del suo terzo mandato. Laureata in architettura all’Università la Sapienza di Roma, ha iniziato la sua attività nell’ambito del restauro, con un ventennale impegno sul campo come funzionario nella Soprintendenza di Ravenna e Ferrara, dove si è occupata di progettazione e direzione lavori oltre che di beni paesaggistici e monumentali e di musei. Dal 2002 è stata direttore regionale per i beni culturali della Lombardia e, fino al 2014, dell’Emilia-Romagna. Ha concluso la sua carriera con la nomina a Segretario generale del MiBACT. Arrivata alla pensione ha deciso di dedicarsi al volontariato culturale, per mettere le sue numerose competenze al servizio del pubblico.

Architetto Di Francesco, lei ha dichiarato di essere stata fortunata perché ha potuto svolgere un lavoro che l’ha molto appassionata, offrendole soddisfazioni e un’esperienza molto ampia, e che per questo ha deciso di mettersi a disposizione di un ente come il FAI, che persegue la finalità di tutelare e gestire beni di grande pregio, ma soprattutto di promuovere la consapevolezza del valore patrimonio culturale nella popolazione italiana.
Nella mia vita ho lavorato molto, sul piano tecnico poi su quello amministrativo e gestionale, e ora credo di dover in qualche modo restituire al pubblico la mia esperienza nell’ambito dei beni culturali. Il FAI è una fondazione privata, che opera da sempre nella prospettiva definita dalla Convenzione di Faro, per riconoscere il diritto di tutti i cittadini ad accedere al patrimonio culturale. Questa prospettiva mi pare importantissima, si fonda sull’idea che i cittadini sono in qualche modo “proprietari” di beni che devono sentire come propri, un’idea di bene comune, da tutelare e da fruire. Questa missione mi ha sempre guidata, e con molto piacere e impegno continuo a perseguirla.

Il suo nuovo ruolo si profila in un contesto di emergenza,nella cornice di una già precedente e prolungata emergenza generale nella gestione del patrimonio italiano. Quali saranno le vostre future modalità operative, tenendo conto della differenza sostanziale tra pubblico e privato.
Il FAI è una fondazione privata che tutela, gestisce beni e promuove iniziative, con un nucleo centrale a Milano, con dipendenti,e una organizzazione periferica molto ampia di volontariato culturale. Come tutte le strutture culturali ovviamente anche la nostra è messa a prova dall’emergenza COVID 19, che sta comportando minori introiti. Tuttavia, subito dopo il lockdown, gli oltre sessanta beni che il FAI gestisce sono stati tutti riaperti, nel rispetto delle regole precauzionali, e sono state promosse con grande slancio le Giornate d’Autunno, raddoppiate nel numero per consentire di moltiplicare i turni di accesso, mentre continuano tutte le attività di recupero già in atto. Insomma siamo stati subito operativi, proprio grazie all’impegno di tanti volontari appassionati, che rendono più agile e immediata la gestione delle iniziative.

Su questo tema, qualche mese fa si è accesa una reazione da parte delle guide turistiche e di numerosi giovani operatori dei beni culturali (scatenata da un’affermazione nel notiziario del FAI del presidente Andrea Carandini, secondo il quale «i volontari hanno una passione che alle guide professionali sovente manca»), lei cosa ne pensa?
Credo che ci sia stato un fraintendimento, e che sia ben chiara la differenza tra i professionisti e i nostri “apprendisti ciceroni”, che sono ancora studenti, o i nostri volontari per passione, che sono quasi sempre persone che nella vita si occupano di altro. Non vedo ragioni di conflitto, anche se comprendo come la reazione sia anche effetto di una situazione di grave mancanza di riconoscimento nei confronti dei giovani professionisti dei beni culturali, rispetto ai quali c’è da tempo un vuoto a livello di politiche della cultura. Sui concorsi e sulle assunzioni dei nostri giovani, che hanno un’ottima formazione, è assolutamente necessario che lo Stato si impegni, dopo anni di mancanze.

In questo contesto, se dovesse dare suggerimenti sugli investimenti più urgenti al Ministro Franceschini, quali priorità indicherebbe?
Prima di tutto, vista la nostra geomorfologia, la tutela e la messa in sicurezza del patrimonio, finanziando azioni di miglioramento sismico; importante è anche sviluppare l’attenzione ai piccoli centri, contrastare lo spopolamento dell’ “Italia dei borghi”, con azioni di valorizzazione e rilancio economico; sostenere i piccoli e medi musei, nella loro progettualità spesso molto qualificata e nella costituzione di reti museali; infine un grande tema è quello della digitalizzazione del patrimonio, che coinvolge anche archivi e biblioteche, e consente la conservazione e condivisione anche a livello internazionale dei fondamenti della cultura italiana. In tutti questi ambiti si possono aprire posizioni professionali che riconoscono il grande valore del nostro patrimonio umano di competenze, un patrimonio unico al mondo.

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