Dalla Natività ai Magi nell'arte italiana | 5 gen

L'adorazione dei magi di Maratti nelle Gallerie Nazionali d’Arte Antica a Palazzo Corsini

Alessandro Agresti |

«Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da Oriente a Gerusalemme e dicevano: «dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato […] chiamò segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era passata la stella […] essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino […] Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra».

Così nel Vangelo secondo Matteo (2,1 – 12) è descritta l’Adorazione dei Magi, certamente uno dei soggetti più frequentemente raffigurati dalla pittura sacra in Occidente: anche per la possibilità che conferiva agli artisti di descrizioni accattivanti ed esotiche nelle quali esibire tutta la loro verve narrativa, con la quale potevano deliziare gli occhi dei committenti.

A mio parere una delle più poetiche tele con questo soggetto licenziate intorno alla metà del Seicento, più precisamente nel 1656 circa, venne eseguita da Carlo Maratti per la terza cappella a destra della Basilica romana di San Marco, ricordata anche dal fedele amico, mentore, biografo Giovan Pietro Bellori: «Nel medesimo pontificato d’Alessandro l’ambasciator veneto Sagredo, riordinando in Roma con ornamenti e pitture la vecchia Chiesa di San Marco, dipinsevi Carlo il quadro con l’Adorazione dei Magi, disposta la Vergine in piedi col Bambino Giesù rivolto al più vecchio di loro, che l’adora e gli offerisce il dono; ed essendo piccolo il vano della cappella riescono le figure sì bene alla vista, che s’ingrandiscono e appaiono alla proporzione naturale».

Colgo l’occasione per illustrare lo squisito modelletto in collezione Lemme, ora esposto ad Ariccia nella mostra «La luce del Barocco» curata da Francesco Petrucci, così soave e armonioso, con le figure principali ordinate come in un fregio classico, la solenne figura della Vergine in piedi, il Re Mago colto nella purezza del suo profilo, da cammeo di scavo, mentre porge con sentita commozione il suo dono a Gesù che, ancorato allo scollo della madre, si sporge incuriosito a voler quasi giocare col coperchio del prezioso scrigno argenteo.

Sullo scorcio una delle più suggestive raffigurazioni di mori nella pittura del tempo, colto in un suggestivo controluce mentre quasi pare compiere uno scatto atletico verso il Bambino, tale è l’entusiasmo nel trovarsi al suo cospetto. Certamente anche con opere come questa, pur essendo ancora manifesti gli insegnamenti del maestro Andrea Sacchi, «Carluccio delle Madonne» inizia a percorrere nuovi sentieri della figurazione e a imporsi come maestro indiscusso e insuperabile dei suoi anni (soprattutto dopo la scomparsa del Bernini).

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