UNESCO | La crisi del 75mo anno

Fondata nel 1945, l’agenzia dell’Onu per l’Educazione, la Scienza e la Cultura è oggi indebolita politicamente e finanziariamente

Edek Osser |  | Parigi

Un anniversario importante ma pieno di ombre quello dell’Unesco: i suoi 75 anni si festeggiano in sordina. Fondata il 16 novembre 1945, questa «agenzia specializzata» delle Nazioni Unite, voluta per promuovere su scala mondiale l’Educazione, la Scienza e la Cultura, nel 2016 riuniva 195 Paesi oltre a 11 associati. Erano state di fatto superate le controversie che avevano frenato l’azione dell’agenzia fino alla fine degli anni Ottanta: per almeno 20 anni Stati Uniti e Gran Bretagna l’avevano vista come una struttura usata dal blocco comunista e dai Paesi del Terzo mondo per attaccare l’Occidente.

Poi l’orizzonte era cambiato, ma era cresciuta la forza degli Stati islamici. La tensione era alla fine esplosa e a fine 2018 due membri importanti, Stati Uniti e Israele, sono usciti dall’organizzazione. Una decisione che viene da lontano: nel 2011, la maggioranza dell’Assemblea generale aveva accolto la Palestina come membro dell’agenzia. Gli Usa, condannando il voto per la Palestina dei 107 Paesi favorevoli, non avevano più finanziato l’Unesco e avevano denunciato con forza «la necessità di una fondamentale riforma dell’organizzazione e i suoi persistenti pregiudizi anti Israele».

Nel 2016 vi era stata anche la risoluzione che negava il legame storico tra l’Ebraismo, il Muro del Pianto e i luoghi santi ebraici della città vecchia di Gerusalemme, imponendo che venissero indicati soltanto con il nome arabo. La crisi dell’Unesco, dopo il clamoroso abbandono di due Nazioni così importanti, è ancora aperta.

Nel novembre 2017, un passo positivo per recuperare la credibilità interculturale e mondiale dell’istituzione è stata l’elezione a direttrice generale dell’ex ministra della Cultura francese Audrey Azoulay, di origini marocchine, mentre vicedirettrice per il settore Educazione è stata nominata un’italiana, Stefania Giannini, già rettore dell’Università per stranieri di Perugia e ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca nel governo Renzi. 

Molti i dossier aperti, quando si tenta di riorganizzare e rilanciare l’Unesco. Il più complesso è la progressiva politicizzazione che si è imposta in alcuni settori. Primo fra tutti quello che riguarda le attività del Comitato del Patrimonio mondiale, dal quale dipendono la scelta e poi la gestione culturale degli oltre mille siti, sparsi in tutto il mondo, inseriti nella Lista del Patrimonio dell’umanità. I siti sono diventati poli di attrazione crescente per il turismo internazionale, ma anche un «marchio di qualità» ambito da molti Governi e da lobby politiche che promuovono interessi economici e di sviluppo locale.

Un altro lato debole dell’Unesco è oggi la carenza di fondi per i suoi tanti obiettivi culturali (ai quali si è aggiunto un programma per prevenire i cambiamenti climatici) e per mantenere il quartier generale di Parigi e pagare gli oltre 700 dipendenti. In queste settimane si è anche accesa un’aspra polemica da parte degli antiquari, soprattutto del settore archeologico, che contestano la campagna pubblicitaria dell’Unesco lanciata in occasione dei 50 anni della importantissima Convenzione internazionale del 1970 che vieta il traffico illecito dei beni culturali, firmata da 140 Paesi.

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