Ispirati dalle scimmie

Al Musée d'Orsay una mostra tra arte e scienza che mette al centro l’Evoluzionismo. Ne parliamo con la curatrice Laura Bossi-Régnier

Luana De Micco |  | Parigi

Fino al 18 luglio il Musée d’Orsay presenta «Le origini del mondo. L’invenzione della natura nell'Ottocento», una mostra al crocevia tra arte e scienza che si interroga sul tema, molto attuale, delle origini dell’uomo e del suo posto nella natura. È stata realizzata in collaborazione con il Musée des Beaux-Arts di Montreal, dove sarà successivamente allestita. Ne parliamo con Laura Bossi-Régnier, neurologa e curatrice generale della mostra, milanese ma parigina d’adozione dal 1978.

Come è nato il progetto?
È stato un incontro di interessi tra me e Laurence des Cars, presidente del museo [e ora neopresidentessa del Louvre, Ndr], che ha sostenuto con entusiasmo il progetto. Nella mostra consideriamo l’arte e la scienza in una prospettiva comune di storia delle idee. Il XIX secolo, in cui nascono tutte le scienze della vita moderne, è in questo senso emblematico. Ma quello che mostriamo è un lungo Ottocento, che va dai Lumi alla prima guerra mondiale. Come perno abbiamo scelto l’Evoluzionismo, perché è qui che cambia la percezione della relazione dell’uomo con la natura.

In che modo?
Fino al Settecento, come mostriamo nel prologo, la natura è vista come Creazione, come giardino, sfondo per l’uomo o gli dèi. Nell’Ottocento invece la natura diventa un soggetto a pieno titolo. Già nella prima metà, si afferma la pittura a ispirazione geologica, in cui l’uomo scompare, con i paesaggi geognostici di Carus, i diluvi di Turner, i vulcani e i ghiacciai di Church. Le grandi esplorazioni e la scoperta dell’incredibile diversità delle specie provocano una fioritura dell’illustrazione botanica e zoologica. Mostriamo per esempio bellissimi acquerelli su pergamena del Muséum d’Histoire Naturelle di Parigi. Emerge infine la pittura animalista degli artisti vittoriani che si interessano all’espressione delle emozioni nell’animale. Con la pubblicazione de L’origine delle specie di Darwin, nel 1859, e la diffusione del darwinismo soprattutto attraverso gli scritti di Ernst Haeckel, ci s’interroga sull’origine della vita e sulla nostra parentela con gli animali.

In che modo la teoria di Darwin influenza gli artisti?
Innanzitutto tramite la caricatura e la visione della scimmia. Bisogna precisare che Darwin non parlò mai in modo aperto della parentela dell’uomo con la scimmia, cosa che invece fece Haeckel, che pubblicò molti albi genealogici ipotetici sui nostri antenati scimmieschi. Malgrado ciò, Darwin fu caricaturato molto come scimmia, cosa che non gli dispiaceva, perché aveva molto humour. Mostriamo i lavori di Gabriel von Max, vicino a Haeckel, che ebbe una visione empatica della scimmia, nonché le sculture di Fremiet, in cui il gorilla incarna i bassi istinti e prefigura King Kong. Riemerge poi il tema degli ibridi, che pone la questione dell’articolazione dell’umanità e dell’animalità, con i centauri di Böcklin o il minotauro inquietante di Watts.

Un’altra sezione esplora la teoria della selezione sessuale di Darwin, per cui la bellezza genera bellezza. La piuma del pavone, al centro degli studi di Darwin, ispirò l’Art nouveau, così come le forme geometriche dei radiolari, organismi unicellulari marini, che Haeckel rappresentò nel suo
Forme artistiche della natura.

Un’ampia sezione è dedicata alla ricerca delle origini...
Accanto a «L’origine du monde» di Courbet mostriamo dei magnifici pastelli di Odilon Redon e la sua serie completa «Les Origines». Un’ampia serie di opere di Kubin rappresenta le origini della vita negli abissi. Da Oslo arriva una selezione di opere di Munch, che fu ossessionato dal tema della genealogia e dell’embrione. Vi mostriamo poi per la prima volta insieme i pannelli per i decori del castello di Domecy su cui Redon dipinse la sua fauna e flora immaginarie, accanto alle «Ninfee» di Monet, espressioni di una natura naturans. Chiudiamo il percorso sul rifiuto della naturalizzazione dell’uomo e la fuga verso lo spiritismo e la teosofia di artisti come Kupka, Kandinskij, Mondrian.

Lei ha una formazione in medicina. Quando c’è stato l’incontro tra la sua carriera scientifica e la passione per l’arte?
Molto presto. Vengo da una famiglia amante delle arti. L’amore per la scienza ha prevalso, ho seguito studi di medicina e neurologia, e da una ventina d’anni mi occupo di storia delle scienze. Ma in parallelo ho portato avanti dei progetti nel campo dell’arte. Già nel 1989 ho prodotto una mostra sull’anatomia al Muséum di Parigi e nel 1990, con Pietro Corsi, una sull’iconografia del cervello alla Cité des Sciences. Fu a quell’epoca che incontrai mio marito, Gérard Régnier, noto come Jean Clair. Ci presentò il mio amico Jean-Pierre Changeux, famoso neurobiologo. Stavano curando la mostra «L’âme au corps» del Grand Palais, l’uno come scienziato, l’altro come storico dell’arte. Più tardi con mio marito abbiamo avuto belle collaborazioni, come per la mostra «Crime et Châtiment» al d’Orsay nel 2010 o, nel 2018, per la mostra su Freud al Musée d’Art et d’Histoire du Judaïsme, a Parigi.

Ora sta completando un lavoro su Ernst Haeckel.    
Si tratta di una biografia intellettuale che uscirà l’anno prossimo in Francia per le edizioni Les Belles Lettres. Ho lavorato molto su Haeckel, che era un sistemista e non un teorico come Darwin, e che fu anche un eccellente disegnatore. Ho già scritto di lui anche nel mio Storia naturale dell’anima, uscito in Italia nel 2005. Penso che sia un’opera necessaria, poiché manca una biografia di Haeckel in francese.

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