Al Davia Bargellini la dolce vita veneziana

Una rievocazione del fastoso Settecento della Serenissima

Giovanni Pellinghelli del Monticello |  | Bologna

È aperta fino al 12 settembre, a celebrare il centenario del Museo Davia Bargellini, voluto nel 1920 da Francesco Malaguzzi-Valeri come Museo del Settecento bolognese, la mostra «Le Plaisir de Vivre. Arte e moda del Settecento veneziano dalla Fondazione Musei Civici di Venezia», a cura di Mark Gregory D’Apuzzo e Massimo Medica in collaborazione col Museo di Palazzo Mocenigo, Venezia, in cui il Settecento bolognese, vissuto nel ricco quotidiano nobiliare e senatorio del palazzo di Strada Maggiore a Bologna, dialoga col Settecento di Venezia, sfarzoso per antonomasia.

L’idea di rievocare quel «fastoso Settecento», con il suo corredo di mobili e oggetti di lusso legati alle abitudini di vita di dame e gentiluomini concentrati nei rituali sublimi della mondanità dell’Ancien Regime, aveva infatti guidato Malaguzzi Valeri nella creazione del Museo, a partire dal Salone delle Feste in cui questa mostra, applicando proprio quel concetto principe dell’«ambientazione», propone quadri (di Pietro e Alessandro Longhi e scuola) e mobili (le tre rare console della bottega veneziana di Lucio Lucci arrivate a Bologna all’inizio del 1699 per il senatore Vincenzo Bargellini, dal piano in ebano intarsiato in madreperla e argento e piedi intagliati e dorati a congiungersi nella grande conchiglia centrale, elemento decorativo tipico del più sontuoso Barocco, o la «lumiera» dal profilo flessuoso, d’epoca Rococò come il piccolo cassettone dorato con maniglie arricciate a riprendere anche qui la conchiglia che anima l’ornato dei cassetti).

In mostra anche objet d’art veneziani d’eccellenza (con speciale rilievo ai vetri, anteprima della recente donazione della Collezione Cappagli Serretti, e ai cristalli «ad uso di Boemia», specialità di Giuseppe Briati, 1686-1772, il vetraio muranese celebre per i suoi monumentali lampadari e centrotavola, detti «deseri» dal francese dessert»), per giungere infine agli abiti opulenti, canto del cigno di un’ostentazione del lusso che fu ultimo baluardo della discendente parabola veneziana. Il tutto a esprimere quella «doucer de vivre» tipica di Venezia e dell’intero Settecento europeo.

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