Il grido di allarme dell’Albertina

Il museo viennese non è l'unica istituzione in crisi: la città è in caduta libera

Flavia Foradini |  | VIENNA

Generalmente assai apprezzato per la sua competenza ed efficienza, il direttore del Museo Albertina di Vienna è noto anche per la sua abitudine a non temere il conflitto frontale con suoi competitor e con la politica. In estate aveva suscitato clamore, quando di fronte alle forti lamentele del mondo del teatro per gli effetti del lockdown («Reclamiamo il nostro diritto al teatro, perché è un alimento vitale»), Klaus Albrecht Schröder aveva replicato seccamente: «La priorità è far vivere più gente possibile e, intanto, faremo a meno del teatro. La vita viene prima di tutto. Non a caso a marzo avevo cancellato la mostra di inaugurazione dell’Albertina Modern».

Anche l’attesa mostra autunnale su Modigliani è stata rimandata a settembre 2021. Nonostante la riapertura dei musei austriaci in estate, che pareva poter ristabilire un po’ di normalità, il progressivo, generale peggioramento della situazione ha indotto Schröder a dire senza mezzi termini: «L’Albertina è in caduta libera».

Se in agosto i visitatori erano 1.100 al giorno, in settembre sono scesi a 800 e in ottobre si sono ancora dimezzati. La responsabilità è in parte, secondo Schröder, delle «sproporzionate e scoordinate limitazioni di viaggio» che hanno tagliato il pubblico straniero in arrivo a Vienna, ma anche di una comunicazione contraddittoria da parte delle autorità dei vari organi austriaci preposti, che ha causato incertezze nei visitatori.

«Non siamo un museo-zombie, bensì un museo di grande successo, per cui negli anni passati abbiamo accumulato riserve, ma non si possono compensare perdite di pubblico del 60-70%. Il lavoro agile ci ha fatto risparmiare finora 900mila euro, dal fondo di aiuto istituito dal Governo abbiamo avuto 2,8 milioni di euro; abbiamo fatto ulteriori tagli da 6 milioni, ma nonostante il sostegno del nostro mecenate Hans Peter Haselsteiner, che si accolla i costi dell’Albertina Modern, le nostre perdite si attestano finora a 12 milioni di euro». Il prestigioso pulpito da cui proviene il grido di allarme di Schröder fa intuire la maggiore gravità della situazione di buona parte dei musei austriaci.

L’iniziativa mediatica del direttore dell’Albertina appare, quindi, anche un tentativo di dare la sveglia al sistema Paese, fortemente dipendente dal turismo culturale. I dati generali di Vienna sono sconfortanti. Era nell’ordine delle cose, in una città che vive in larga parte di visitatori stranieri e del suo indotto: i musei viennesi si erano dunque preparati a un’estate difficile ma, nonostante molte iniziative per richiamare pubblico, i dati più recenti raccontano di un buco nero non solo culturale ma anche ormai drammaticamente economico, con forti ridimensionamenti dei programmi.

Al Belvedere che ha rimandato a gennaio 2022 la mostra «Dalí-Freud» prevista per ottobre, durante l’estate il pubblico è diminuito dell’80% rispetto all’anno scorso. Meno 70% al Kunsthistorisches Museum e forte contrazione anche per Mak, Mumok, Leopold Museum. Il Castello di Schönbrunn ha fatto registrare in media 2mila visitatori al giorno, a fronte dei soliti 10mila. La riduzione dell’orario di lavoro del personale e in parte lo smartworking, introdotti in primavera, hanno potuto tamponare solo in minima parte le gravi perdite. In estate lo Stato ha erogato 10 milioni di euro ai musei statali, gli stessi che ora sollecitano nuovi interventi federali.

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