Il primo nei neon

Opere di Nauman come insegne della Budweiser

Flaminio Gualdoni |

E pensare che quando espose le sue prime opere con i neon colorati (era la fine dei ruggenti anni Sessanta) sembravano una novità. Bruce Nauman li usava a ridosso degli schemi della comunicazione commerciale, una roba che era in giro dal 1913 e dalla scritta «Cinzano» collocata sugli Champs-Élysées parigini ma è diventata una peculiarità dell’identità americana, e ne invertiva le polarità significative, enunciando concetti pensosi, come «The True Artist Helps the World by Revealing Mystic Truths», o inciampi linguistici, come «Run from Fear, Fun from Rear».

Era il 1967, all’avvio della vera e propria epidemia di neon che per un tempo è stata un must d’avanguardia e un vero genere, con relativi sottogeneri e bagarre cronologiche: è venuto prima Atsuko Tanaka (uno che se lo dimenticano sempre), o Robert Watts, o Dan Flavin, o Nauman, o Keith Sonnier, o Mario Merz? Ma ciascuno faceva dei neon un uso diverso, quindi in realtà ciascuno era il primo di qualcosa. E poi non era chiaro che cosa si vincesse a essere arrivati primi: mi è sembrato educato, in più d’una occasione, proporre di intitolare il premio apposito a Lucio Fontana, per via della Triennale del 1951.

Poi un anziano collega autorevole mi spiegò che era scorretto, dal momento che il soffittone che ora domina sul museo del Novecento era «rifatto» (sic), con neon che non erano quelli «originali» (ri-sic), e ho capito che una delle vocazioni più tenaci della critica è, a prescindere, farsi male da sola.

Confesso, una rottura di ciufolo di questo genere pareggiava le diatribe tra studiosi su chi avesse fatto cosa negli affreschi di Giotto e nelle opere di Verrocchio, per dire, ma qui c’era in più l’incubazione di un altro grande fenomeno culturale dell’arte recente, il propagarsi virale dell’arte delle «pseudo-profound bullshit» (cito dal saggio meraviglioso Bullshit makes the art grow profounder uscito pochi mesi fa) che si è rivelato la fonte a cui molti, a ogni livello, hanno deciso di attingere: artisti compresi.
Certo, Nauman rispetto al mondo di nanerottoli in cui si muoveva ha avuto davvero intuizioni straordinarie, nei suoi primi anni. Ma devo confessare che l’antologica alla Tate Modern con le sue opere «classiche», farcita di verbosità cogitabonde a contorno, mi lascia un retrogusto acidello, e fondamentalmente intristito.

È davvero come una specie di mausoleo monumentale un bel po’, dove si incorniciano come «classiche», dunque autorevoli, per molti versi indiscutibili, delle cose che il mondo dell’arte ha scelto di metabolizzare e sacrare senza entrare nel merito, trasformandole in brand maneggevoli a prescindere, proficuamente amministrabili, veri arredi del gusto chic: dove, per dire, i trasformatori sono belli nuovi e lustri e i cavi perfettini e freschi freschi, figli di una manutenzione che era solo roba da elettricisti ma è riuscita a diventare una branca sofisticata del restauro.

Maccome, il Nauman lavora sui presupposti della comunicazione pubblicitaria e sociale e adesso te lo ripropongono proprio come comunicazione pubblicitaria di se stesso, come icona, esattamente come i neon della birra Budweiser, collocato però su un piedistallo di tale autorevolezza (ciumbia, lo dice la Tate) che giustifica il fatto che il neon Budweiser lo paghi pochi dollari e te lo puoi appendere dietro al bancone del bar di casa, mentre un Nauman, dal momento che lo paghi nell’ordine di milioni di dollari, lo puoi esibire nel tuo soggiorno da ricco sborone a New York o a Dubai: tanto la scritta sapienziale del Bruce, che non è proprio una vertigine di profondità, tipo «Eat Death» o «Eat War», manco la leggi.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Flaminio Gualdoni
Altri articoli in OPINIONI