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Cecily Brown araldica, arcadica e britannica

L'artista ritorna in patria con una mostra tra gli antichi maestri di Blenheim Palace

«The Calls of the Hunting Horn» (2019), di Cecily Brown

Cecily Brown è nota per le sue rappresentazioni viscerali ed esuberanti del corpo, della natura e di soggetti storici, in bilico tra figurazione e astrazione, in impasti di colore lussuosamente frammentati che attingono in profondità alla storia dell’arte e alla cultura popolare. Di grandi dimensioni e riccamente referenziali, con queste opere caleidoscopiche la Brown si è affermata come uno dei pittori più stimati della sua generazione.

Nata a Londra nel 1969 dalla scrittrice Shena Mackay e dal celebre critico d’arte David Sylvester, trovò una prima sostenitrice nell’artista Maggi Hambling, che l’ha incoraggiata a dipingere e a laurearsi alla Slade School of Art. Ma subito dopo la laurea nel 1994, Cecily Brown si è trasferita a New York, sentendo poca affinità con la fiorente scena cresciuta sull’onda degli Young British Artists (è quasi coetanea di Jenny Saville, altra pittrice inglese affermatasi in quel periodo), che ha descritto come un «club chiuso».

Quattro anni dopo è entrata nella scuderia di Larry Gagosian, diventando presto una delle poche artiste le cui opere vengono vendute per più di un milione di dollari. Ha lasciato Gagosian nel 2014 ma la sua reputazione ha continuato a crescere. Ora la Brown ha realizzato un nuovo corpus di lavori per il Blenheim Palace nell’Oxfordshire (fino al 3 gennaio 2021), residenza dei duchi di Marlborough e luogo di nascita di Winston Churchill. L’abbiamo intervistata.

Come si sente a essere il primo pittore contemporaneo ad avere una mostra a Blenheim, circondato da Stubbs, Reynolds e Van Dyck?

Penso a me stessa come a un’artista e quindi la cosa non mi ha turbata. Non sino a quando mi sono resa conto che sono il primo pittore a esporre in quella sede. Ma io sono più interessata a essere il primo britannico, a dire il vero. Anche se attingo tanto alla storia dell’arte, ho sempre odiato l’idea di mostrare il mio lavoro accanto ai grandi pittori del passato; è diventata una moda e sembra tutto così forzato.

Guardo tonnellate di arte contemporanea: sono immersa nella cultura contemporanea e voglio far parte di questo mondo. Ho sempre guardato tutto. Le persone si concentrano così tanto sui riferimenti ai pittori antichi e sugli espressionisti astratti quando guardano il mio lavoro, ma raramente menzionano il Modernismo. Immagino fosse fuori moda per la mia generazione parlare di Picasso.


Ha descritto questi dipinti come un modo per cercare di capire che cosa significa per lei l’Inghilterra.

Sono molto interessata alle idee sull’«inglesità». Mi sono trasferita in America a 25 anni e ho vissuto in America più a lungo che in Inghilterra. Quindi ora sono in una specie di esilio e sto cercando di capire che cosa significa l’Inghilterra per me. Sono ancora un’artista inglese? Un’artista britannica? Oppure ora sono americana? In realtà sono diventata una cittadina americana dopo l’elezione di Trump perché è un momento spaventoso per chi non ha la cittadinanza. Ho pensato che avrei dovuto avere lo stesso passaporto di mia figlia perché è nata qui.

I dipinti di Blenheim utilizzano temi tradizionali associati alle dimore storiche: scene di caccia, battaglie, ritratti, paesaggi arcadici. Ha persino realizzato una serie basata sullo stendardo araldico del duca di Marlborough.

Quando sono andata a Blenheim, lo stendardo nella Sala Grande è stata la prima cosa che ho visto. Era il mio oggetto preferito ed è rimasto nella mia memoria più di tutti i dipinti presenti lì. Con gli stendardi c’è sempre l’effetto «cartone animato». Stavo pensando a quelli che vedevo da bambina e a che cosa succederebbe se i personaggi di quei cartoni si impossessassero di uno di quegli striscioni. Più a lungo dipingo, più torno su un soggetto iniziale da una diversa angolazione.

Sono sempre tornata al paesaggio negli ultimi vent’anni e sono più consapevole che quello che sto dipingendo è davvero un ricordo di un paesaggio inglese. È forse il desiderio per un tempo dimenticato o lontano. Quanto alle scene di caccia, dieci anni fa ho realizzato dei disegni molto dettagliati di animali e ho sempre desiderato creare più dipinti che combinassero esseri umani e animali; ora mi rendo conto che questo è ciò verso cui mi stavano portando quei primi studi sugli animali.

Anche i dipinti di battaglie sembravano prestarsi al mio modo di lavorare. Una battaglia è un tema della pittura dal quale sono sempre stata attratta, in particolare da quelle dipinte da Paolo Uccello, e ora vedo che molti dei miei primi dipinti della serie «Bunny Gangbang» erano un cenno ai dipinti di battaglia.


Nel suo caratteristico linguaggio pittorico tutti questi soggetti sembrano sciogliersi e disintegrarsi. C’è un significato politico in questo?

La frammentazione è qualcosa che è sempre presente nel mio lavoro, ma mentre realizzavo i dipinti di Blenheim era in corso la discussione sulla Brexit e pensavo che con il loro essere frammentati fossero anche dipinti sulla Brexit. È un’idea orribile della Gran Bretagna, che si trasforma in questa piccola «parrocchia» e volta le spalle all’Europa. Trovo l’intera cosa così triste. Uno dei dipinti si intitola «There’ll Always Be an England» dalla canzone patriottica cantata in tempo di guerra da Vera Lynn, ma è anche inteso in modo un po’ ironico.

Ora siamo anche in mezzo a una pandemia. Il suo ultimo lavoro, il gigantesco «Trionfo della morte», ispirato all’affresco di Palazzo Abatellis a Palermo è tristemente attuale...

La morte e la distruzione sono senza tempo e nulla è veramente cambiato. Usare l’arte, e spesso l’arte del passato, può essere come un ponte per parlare nel presente di cose difficili. Ho sempre affrontato grandi temi, ma fino a poco tempo fa mi sembrava un po’ fuori moda. È strano sentirmi attuale per la prima volta nella mia vita.

Louisa Buck, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

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  • Cecily Brown nel suo studio
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