Le spighe ci ascoltano

Sergio Fermariello nel Chiostro di Santa Caterina al Formiello di Napoli

Olga Scotto di Vettimo |  | Napoli

Nel Chiostro di Santa Caterina al Formiello, sede della Fondazione Made in Cloister, la mostra «H(ear)» di Sergio Fermariello (Napoli, 1961) immerge in una lettura che rifugge la logica per proporre una visione paranoica della realtà. Al centro, un campo di grano realizzato con seimila steli in ottone, le cui spighe si svelano per la loro inaspettata forma di piccole orecchie, cullate da un leggero movimento e dal suono estivo delle cicale. Per rintracciare il senso occorre riferirsi al gioco di parole contenuto nel titolo della mostra: «ear» in inglese vuol dire orecchio, ma anche spiga; così come «to hear» significa ascoltare.

Il riferimento è a Van Gogh e in particolare al taglio dell’orecchio, che, spiega l’artista napoletano, immaginiamo sia avvenuto in un campo di grano per la valenza eucaristica del gesto: «L’arte ha una funzione salvifica. Questo è un luogo sacro. È qui che metto al centro nuovamente la questione dell’antenato. Le spighe sembrano avere la forma dei punti domanda. Il campo ricompone la contraddizione, la scissione avvenuta tra vivi e morti. Fare eucarestia in epoca Covid-19 significa proporre la dimensione della condivisione come possibilità di salvezza. Vincent contiene già nel nome la sua funzione salvifica: Vin Saint, vino santo».

Lungo le pareti del chiostro le tele accolgono migliaia di guerrieri, il segno ossessivo, il campanello di allarme della peste emozionale, che l’artista suona dagli anni Ottanta. Tra i nuovi lavori, i guerrieri in pasta di marmo su tela che nel passaggio cromatico dal blu-ghiaccio all’arancio-fuoco esemplificano visivamente l’accelerazione e la conseguente saturazione della società.

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