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I grandi formati di Katharina Sieverding

Alle Deichtorhallen i temi preferiti dell'artista: i processi di trasformazione politico-sociale e di identità e genere

«Schlachtfeld Deutschland/Campo di battaglia Germania» (1978), di Katharina Sieverding. © Katharina Sieverding, VG Bild-Kunst, Bonn 2020. Foto di Klaus Mettig, VG Bild-Kunst, Bonn 2020.

Dal 7 novembre al 4 aprile le Deichtorhallen ospitano la fotografa ceca Katharina Sieverding (1944) con «Katharina Sieverding: fotografie, proiezioni, installazioni 2020-1966». Con 120 opere che coprono i 54 anni di carriera è la sua più grande personale mai realizzata. Si spazia dai primissimi montaggi fotografici in grande formato alle ultime produzioni, con alcuni inediti datati o recentissimi come il film «Metroboards», che documenta i suoi interventi in spazi pubblici, e l’opera «Battle Break», sull’isolamento in epoca Covid-19.

Da più di cinque decenni Katharina Sieverding è una garanzia di qualità in ambito di ricerca e realizzazione fotografica, pioniera delle molteplici possibilità espressive del mezzo, ispirata da quello che definisce «il vero principio dell’arte»: i processi di trasformazione politico-sociale e di identità e genere, temi prediletti delle sue opere.

Divenuta famosa per la perseveranza con cui ha modificato, ingrandito e manipolato i propri ritratti, inizia a lavorare negli anni Settanta a montaggi di grande formato sulle più importati questioni sociali del momento, dalla Guerra Fredda, vissuta in prima persona, al terrorismo di sinistra in Germania Ovest, affrontando le crisi politiche globali e i loro riflessi nelle relazioni interpersonali, la questione di genere, il riaffiorare dell’estremismo di destra subito dopo la Caduta del Muro, fino alla crisi del Coronavirus.

Tra le sue opere più note le gigantografie «Schlachtfeld Deutschland/Campo di battaglia Germania» (1978) sugli anni della RAF-Frazione dell’Armata Rossa, «Deutschland wird deutscher / la Germania diventa più tedesca» (1993), sulla destra radicale nel post 1989, e il memoriale del Reichstag per i parlamentari della Repubblica di Weimar perseguitati dal regime nazifascista.

Francesca Petretto, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

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