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Zanele Muholi contro i pregiudizi

Nell’antologica alla Tate Modern tutta la produzione dell’artista sudafricana

«Miss D’vine II», 2007, di Zanele Muholi (particolare). Cortesia dell’artista e di Stevenson, Cape Town/Johannesburg e di Yancey Richardson, New York. © Zanele Muholi

«Quello che mi importa di più è il contenuto, chi c’è nella fotografia, perché è lì». Tutta la ricerca di Zanele Muholi (nata nel 1972 a Umlazi, vicino a Durban, e residente a Johannesburg) si misura con i pregiudizi di razza e di genere, con gli stereotipi del potere eteropatriarcale che in Africa stritola la libertà delle comunità Lgbtqia.

Questo è il campo dove si muove l’artista africana, attivista visiva, come lei stessa si definisce, impegnata a mappare l’esistenza invisibile di gay e lesbiche nere per riscrivere la loro storia in Sud Africa, minando la retorica che considera l’omosessualità aliena alla cultura africana, pericolo da colpire con la pianificazione politica.

«Zanele Muholi» è l’antologica che la Tate Modern le dedica dal 5 novembre al 7 marzo, curata da Yasufumi Nakamori con Sarah Allen e Kerryn Greenberg (in collaborazione con la Maison Européenne de la Photographie, il Gropius Bau e il Bildmuseet).

In 260 fotografie si percorre tutta la produzione dell’artista, quasi esclusivamente in bianco e nero, dall’esordio intimo e scabroso di «Only Half a Picture» nel 2006, contro il modello convenzionale della sessualità femminile nera; fino a «Somnyama Ngonyama», serie in corso dal 2014, sorta di manifesto contro razzismo e discriminazione. Tra l’uno e l’altro scorrono i lavori più incisivi.

Tra questi, «Faces and Phases» vuole essere un archivio fotografico avviato nel 2006 per dichiarare l’esistenza di centinaia di individui Lgbtqi in Sud Africa: i soggetti, inquadrati per lo più a mezzo busto, fissano l’obiettivo affermando una presenza politicamente ingombrante; «Being» è un esplorazione a colori del piacere privato della coppia, e della possibilità di resistere alle costrizioni sociali per ritrovare la propria integrità; mentre «Brave Beauties» celebra la seduttività transgender attraverso le bellezze che sfilano nei ritratti, molte vincitrici del concorso Miss Gay.

Ma l’opera per la quale è più nota al pubblico resta «Somnyama Ngonyama» («Hail the Dark Lioness» in lingua Zulu), dove la Muholi si concentra sul tema della razza e della sua rappresentazione, lungo quella che dovrebbe diventare una sequenza di 365 autoritratti, un sé diverso per ogni giorno dell’anno.

Tra richiami alla moda, alla ritrattistica classica e alla performance, si mette in posa con ornamenti fatti di oggetti comuni, mollette per i panni, guanti in lattice, spugne, fascette in plastica che diventano materiale di scena caricato di valenze politiche, mentre accentuando il tono scuro della pelle rivendica ancora il suo essere nera.

Chiara Coronelli, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

©RIPRODUZIONE RISERVATA


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