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Mostre

A Villa Borghese si torna alla natura

Nel complesso romano opere e installazioni di Merz, Paladino, Pietromarchi, Toderi, Vascellari, Rivalta, Tresoldi e Andreco

«Senza titolo (Igloo di Oporto)» (1998) (part.) di Mario Merz. © Simon d’Exéa

Nel 2003 nei Fori Imperiali, Mario Merz installò una spirale al neon che si avvolgeva su 400 metri quadrati. Di notte sprigionava una luce fredda, che conferiva chiarezza alle rovine del Foro di Cesare. Ora un’altra opera di Merz torna a Roma, nella mostra «Back to nature» a Villa Borghese fino al 13 dicembre. L’ideatore e curatore è Costantino D’Orazio, mentre gli autori dei lavori, oltre a Merz, sono Mimmo Paladino, Davide Rivalta, Benedetto Pietromarchi, Grazia Toderi, Nico Vascellari, Edoardo Tresoldi, Andreco.

La mostra è prodotta da Roma Capitale con l’Assessorato alla Crescita culturale-Soprintendenza e la collaborazione di Azienda Palaexpo, Conservatorio di Santa Cecilia e Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, che ha proposto Rivalta, autore dei leoni sulla scalinata del museo. «Villa Borghese è l’esempio di un legame storico tra uomo, natura e arte, spiega D’Orazio. Armonia, leggerezza, trasparenza sono le caratteristiche delle installazioni che offrono la chiave di un necessario rapporto armonico con la natura in questa fase di gravi emergenze mondiali».

Se nel 2003 l’installazione di Merz cercava di metterci in relazione con la storia, ora gli artisti aprono nuove vie nell’interazione con la natura. Sulla sommità merlata del Museo Canonica, i vessilli di Paladino svettano con particolari delle sculture e delle piante della Villa. Di fronte al Padiglione della Meridiana, Rivalta ha posizionato una maestosa «Bufala» in bronzo, che chinando la testa manifesta la propria emozione a quel «mondo» creato dall’uomo.

Grazia Toderi proietta sul pavimento ovale della seicentesca Loggia dei Vini il video «Red Map», che configura una cosmologia e rammenta la propensione barocca di dare forma agli elementi immateriali. Al Museo Canonica un video di Vascellari indaga lo scambio di ruoli tra uomini e animali: l’artista si fa sedare e imbracare per sorvolare i boschi intorno Vittorio Veneto, come i grandi mammiferi malati, sedati e trasportati con un elicottero nel luogo del ricovero.

Nel Museo Bilotti, Pietromarchi propone tre installazioni ricavate dalle radici di alberi dove ha inserito piante e uccelli in bronzo e in ceramica, cercando di infrangere il confine tra artificio e natura come accade nel parco borghesiano. Domina il gigantesco «Igloo» di Merz (1998), con un cervo che guarda lontano e una sequenza numerica di Fibonacci. Sotto, a terra, un piccolo igloo di pezzi di rami ribadisce la necessità di progettare ogni giorno la propria esistenza. Infine gli interventi del collettivo femminile Aracne di Ortona e di alcuni allievi della Accademia di Belle Arti di Roma.

Al Museo Bilotti fino al 10 gennaio anche una personale di Renata Rampazzi, «Cruor», curata da Claudio Strinati e promossa da Roma Capitale. Fin dagli anni ’70 impegnata sul fronte femminista, l’artista si focalizza sulla gravissima realtà sociale della violenza sulle donne. Spiccano la grande installazione con 36 garze e un video: strumenti di lotta morale e intellettuale.

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020

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