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Prima milanese per Giambattista Tiepolo

Le Gallerie d’Italia illustrano il suo fortunato rapporto con i committenti meneghini

«Cacciatore a cavallo» e «Cacciatore con cervo» (1733-35) di Giambattista Tiepolo, Milano, Collezione Fondazione Cariplo

Per Giambattista Tiepolo (Venezia, 1696-Madrid, 1770), Milano fu il luogo della prima fortuna internazionale, fuori dai confini della Serenissima, e fu ben presto il trampolino di lancio verso le corti europee di Würzburg e Madrid. Ma Milano fu anche il luogo in cui il suo nome fu rilanciato dopo la condanna inflitta alla sua pittura briosa, lucente e teatrale dal gusto neoclassico. Fu di qui, infatti che nell’Ottocento Francesco Hayez, veneziano come lui ma attivo con grande successo nella capitale del Lombardo-Veneto, ne promosse la «riabilitazione».

Eppure a Milano, dove restano sue prove magnifiche, sinora non si era vista alcuna sua mostra. Ora, a 250 anni dalla morte, sono le Gallerie d’Italia-Piazza Scala a porvi rimedio, dal 30 ottobre al 31 marzo, con la mostra «Tiepolo. Venezia, Milano, l’Europa», realizzata con le Gallerie dell’Accademia di Venezia e curata da Fernando Mazzocca e Alessandro Morandotti, con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli.

Tema centrale della rassegna, scandita in nove sezioni, è il rapporto fortunato di Tiepolo con i committenti milanesi e la conseguente fortuna in Germania e in Spagna. Tutto però era iniziato a Venezia, dove Tiepolo aveva saputo conquistare il favore del clero, con i grandi dipinti sacri, e dell’aristocrazia con scene storiche, mitologiche e allegoriche in cui dimostrò una capacità non comune di orchestrare composizioni spettacolari.

Sull’onda di questo successo, tra il 1730 e il 1740 lavorò a più riprese a Milano, in Sant’Ambrogio e nei palazzi Archinto, Casati-Dugnani, Gallarati Scotti, con il vertice del mirabolante soffitto di Palazzo Clerici, cui la mostra dedica un focus.

Dopo un rapido excursus sulle città dove Tiepolo lavorò, il percorso prende dunque le mosse dalla formazione e dagli esordi a Venezia, mettendo anche a confronto la sua pittura con quella di suoi contemporanei (come nei due «Martirî» realizzati da lui e da Piazzetta per San Stae), per approdare poi a Milano (qui sono in mostra anche opere viste raramente e restaurate per l’occasione, come gli affreschi di Sant’Ambrogio).

Dopo Würzburg, dove arrivò con i figli (Giandomenico il più dotato), la scena si chiude sulla Spagna. Una settantina le opere esposte, 40 delle quali di sua mano, le altre di autori del suo tempo cui guardò o con cui si confrontò. L’ultimo dipinto, estraneo al tema centrale ma inserito per la sua drammatica attualità, è «La pala di Este», che raffigura un intervento miracoloso teso a scongiurare un’epidemia.

Ada Masoero, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020

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