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La fotografa An-My Lê al Carnegie Museum di Pittsburgh

Le figure del generale E. Lee e di P. G.T. Beauregard in uno scatto di An-My Lê. © An-My Lê, Marian Goodman Gallery

In diverse località statunitensi le statue di William Carter Wickham, di John Breckinridge Castleman e di Robert W. Lee vengono rimosse, per disposizioni delle autorità o a furor di popolo. Sono i monumenti dei generali confederati che combatterono durante la guerra civile contro gli Stati del Nord che avevano proclamato l’abolizione della schiavitù, proprietari di piantagioni e di schiavi. Succede continuamente in questo periodo, a seguito delle proteste del movimento Black Lives Matter per denunciare la morte di George Floyd e Breonna Taylor e delle altre vittime, ormai quasi quotidiane, della brutalità della polizia. Ma hanno cominciato a cadere da alcuni anni.

Nel 2017 An-My Lê, fotografa americana di origine vietnamita, nella serie «The Silent General» ha cominciato a documentarne la rimozione. A partire dall’immagine del generale E. Lee e di P. G.T. Beauregard che dimoravano all’interno di un magazzino a New Orleans, dopo essere state rimosse dai luoghi in cui originariamente erano state collocate. Ora questa serie, più attuale che mai, è parte della retrospettiva «On Contested Terrain» che il Carnegie Museum of Art di Pittsburgh le dedica attualmente, e sarà visibile fino al 18 gennaio. L’opera di An-My Lê è di importanza fondamentale di questi tempi.

L’artista, che si è sempre considerata prima di tutto una fotografa di paesaggio, vuole parlare anche e soprattutto di politica, delle dinamiche dei conflitti e della funzione dei media nel raccontarli. Ha affrontato il tema del rapporto con la terra quando ha descritto l’addestramento dei soldati destinati a partire per l’Iraq e l’Afghanistan (nella serie «29 Palms») e quando è ritornata nel suo Paese nel 1994 per la prima volta, dopo averlo lasciato con la famiglia nel 1975 (in «Vietnam»).

«The Silent General» prende il titolo dal libro Specimen Days and Collect (Giorni rappresentativi e altre prose, nella traduzione italiana) di Walt Whitman, che, dice la Lê, «era giornalista, voleva raccontare la realtà che lo circondava e voleva far sentire la sua voce, in nome della democrazia. Così come un po’ tutti noi artisti vogliamo avere un impatto e lasciare la nostra impronta».

Viviana Bucarelli, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020

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