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Mostre

Stereoscopici inciampi a Palazzo Cini

Un dialogo tra le incisioni di Giambattista Piranesi e le fotografie di Gabriele Basilico

Una veduta della mostra «Piranesi Roma Basilico». © Matteo De Fina

Oltre alle stanze che custodiscono la collezione della casa museo, già dimora del conte Vittorio (1885-1977), Palazzo Cini ospita fino al 23 novembre «Piranesi Roma Basilico», una mostra curata da Luca Massimo Barbero, dedicata al dialogo tra le incisioni di Giambattista Piranesi (1720-88) e le fotografie di Gabriele Basilico (1944-2013), che hanno come soggetto le medesime architetture romane.

Le opere esposte provengono sia dalla campagna fotografica commissionata al fotografo milanese per la mostra «Le arti del Piranesi» nel 2010 (organizzata dalla Fondazione Cini e curata da Michele De Lucchi) sia dal corpus incisorio di Piranesi e del figlio Francesco confluito nelle raccolte della Fondazione nel 1961, quando venne acquisita l’edizione in 24 volumi della Calcographie de Piranesi Frères, pubblicata nel 1800-07. La mostra si arricchisce inoltre di 12 scatti inediti provenienti dall’Archivio Gabriele Basilico. In tutto 26 fotografie e altrettante incisioni calano il visitatore in un tempo sospeso tra la Roma papalina del Settecento e quella contemporanea.

Durante il lockdown Luca Massimo Barbero ha fatto riprodurre alcune delle opere esposte su manifesti che ha affisso in giro per Venezia, anticipando e condividendo il contenuto della mostra in un momento davvero particolare. Nel Palazzo l’allestimento della prima sala è caratterizzato da una carta da parati che ingigantisce il segno piranesiano e i dettagli della «Veduta di Campo Vaccino» e fa da sfondo alle incisioni di Piranesi e alle immagini colte dall’obiettivo di Basilico.

Come spiega Luca Massimo Barbero: «L’idea era di chiedere al fotografo di architettura per eccellenza di confrontarsi con qualcosa che non fosse la città intesa come un luogo di vita. Basilico ha raccolto la sfida entusiasta, pensando forse di eternare la città più eternata dopo Venezia. Credo che il raffronto non sia stato tanto costruito per ritrovare i luoghi di Piranesi bensì per guardare e partire dalle sue incisioni rendendole vitali. Il risultato è la visione contemporanea di un fotografo che generalmente evitava le cosiddette vedute “da cartolina”. Si è trattato di una sfida doppia per lui e per noi».

Luca Massimo Barbero, con quale criterio ha scelto gli scatti del 2010 e quelli inediti?
Mi interessava da un punto di vista curatoriale cambiare lo sguardo. Ho fatto una scelta molto accorta perché ogni coppia agisca prima in modo stereoscopico, mettendo in orizzontale sempre a sinistra l’incisione di Piranesi e a destra la fotografia di Basilico. In secondo luogo ho lavorato in verticale con un sopra e un sotto, posizionando sempre l’incisione sopra. Ho lavorato inoltre sulla tipologia delle inquadrature, per cui ho potuto scegliere delle inquadrature che non fossero banalmente riproduttive dell’oggetto o della vestigia piranesiana. In alcuni casi ho prediletto un’inquadratura di Piranesi e un particolare in Basilico, perché questo crea ciò che io chiamo l’inciampo.

Ci può fare un esempio?
L’arco, la vastità desolante degli obelischi, la Piramide Cestia dove addirittura c’è un gioco di percezione. Nell’inquadratura piranesiana ci sono le due colonne e un piccolo essere che forse sta entrando nella porticina della piramide. Basilico apparentemente fa la stessa foto, ma girandola dall’altra parte. Sono piccoli giochi, piccoli scarti, ma se pensiamo all’infinita capacità di Piranesi di creare quest’immagine, segno dopo segno, ne risulta un intrico meraviglioso. Basilico gioca invece sull’idea apparentemente neutra dell’inquadratura, in realtà tutta costruita».

L’occhio del visitatore affina a poco a poco il suo meccanismo di percezione e comincia a cogliere la dilatazione prospettica piranesiana e in alcuni casi l’innalzamento dei punti d’osservazione, «i tagli arditi e fortemente scorciati, come scrive Roberta Valtorta in catalogo citando Mario Bevilacqua, a cui risponde la Roma contemporanea “sporca” di quotidianità, complessa e perlopiù priva di vuoti». Una Roma in cui davanti alle chiese di Santa Maria di Loreto e del Santissimo Nome di Maria campeggiano, come moderno cartiglio, i pannelli a protezione del cantiere d’indagini archeologiche per la nuova linea metropolitana, la Metro C.

Veronica Rodenigo, da Il Giornale dell'Arte numero 410, settembre 2020

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