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L'Unesco è l'unica istituzione in grado di salvare Venezia

Un intervento sulla situazione in Laguna di Francesco Bandarin, già direttore del Centro del Patrimonio Mondiale dell'Unesco e vicedirettore generale Unesco per la Cultura

Un'immagine dell'acqua alta di questi giorni a Venezia

Venezia. C'è voluta la disastrosa marea che ha colpito Venezia nella notte del 12-13 novembre per ricordare al mondo che la città si trova ancora esposta allo stesso grave pericolo del 1966, l’anno della grande alluvione. Oltre mezzo secolo dopo, tutti gli sforzi compiuti per limitare l'effetto delle alte maree e per ripristinare l’equilibrio dell'ambiente naturale non hanno portato al risultato previsto.

Che cosa si può fare oggi per salvare uno dei siti culturali più importanti del mondo? È evidente che al progetto di salvaguardia di Venezia deve essere dato un nuovo impulso. L'Unesco è l'unica istituzione internazionale in grado, con la sua autorità e il suo potere, se vuole usarli, di accelerare le decisioni pubbliche e di monitorarne i risultati.

Nello scorso luglio, il Comitato del Patrimonio Mondiale ha scelto di non discutere la situazione di Venezia e di non iscrivere il sito nella lista del Patrimonio Mondiale in pericolo. Nonostante questa decisione, l'Unesco può oggi prendere in mano la situazione e contribuire a portare a termine il progetto di difesa dalle maree eccezionali, che costituiscono un pericolo mortale per la città.

L'ultima acqua alta è arrivata a 187 cm sopra il livello medio del mare, abbastanza da mettere Piazza San Marco sotto un metro d'acqua e allagare l'80% della città. Questo è stata, per il livello raggiunto, la seconda alta marea nella storia della Serenissima, pochi centimetri in meno rispetto al 1966 (194 cm), quando il mondo ha preso coscienza della fragilità della situazione.

Il 1966 fu un vero punto di svolta nell'approccio ai problemi di Venezia. Un forte movimento internazionale guidato dall’Unesco permise la mobilitazione di ingenti risorse pubbliche e private per il restauro dei monumenti e delle abitazioni, per la manutenzione e il rinnovo delle infrastrutture, per il miglioramento delle condizioni ecologiche e idrologiche dell'ambiente lagunare, per la progettazione e la costruzione delle barriere di difesa dalle maree, la componente essenziale del sistema di salvaguardia della città.

Nel 1973 fu approvata dal Parlamento italiano una legge speciale che ha permesso, nel tempo, lo stanziamento di oltre 8 miliardi di euro per queste opere. E questo ha consentito, nell’ultimo mezzo secolo, di realizzare molti interventi indispensabili per la conservazione dell’inestimabile patrimonio culturale della città.

Oggi, tuttavia, la salvaguardia di Venezia sembra arenata in problemi insolubili: l'ambiente lagunare permane in uno stato precario, perde sedimenti a ogni ciclo di marea, è inquinato e viene danneggiato dal traffico di motoscafi e dal passaggio delle colossali navi da crociera, mentre i livelli e le frequenze delle alte maree aumentano inesorabilmente.

Ma, soprattutto, Venezia non è ancora stata protetta dai rischi prodotti dalle alte maree che la invadono periodicamente. Il Mose, il sistema di barriere mobili di difesa dalle acque alte, la cui realizzazione ha impegnato una generazione di ingegneri e progettisti, e la cui costruzione fu lanciata con grande clamore 16 anni fa, non è ancora operativo e nessuno può dire quando, e se, lo sarà mai.

Nonostante le difficoltà che il Mose ha dovuto affrontare nel corso della sua lunga storia, esso rimane l'unica possibilità di cui dispone oggi la città per limitare i danni delle maree.

Il Mose ha visto una forte opposizione fin dalla sua nascita negli anni ’80 e ’90, a causa delle sue dimensioni, dei costi e del suo impatto ambientale, che hanno sollevato l’opposizione sia da parte della Sinistra che dei Verdi, ed è solo nel 2003 che il Governo italiano ha avviato la sua costruzione. Da allora ci sono stati ritardi, aumenti dei costi e infine, nel 2013, un gravissimo episodio di corruzione che ha portato alla fuoriuscita di molte delle imprese responsabili della costruzione.

Negli ultimi anni il progetto ha perso slancio e capacità di gestione. Il processo decisionale è diventato lento e il flusso dei finanziamenti pubblici si è dimostrato inadeguato. Non c'è oggi chiarezza su chi sarà responsabile della manutenzione e del funzionamento del sistema, dopo il suo completamento. In una parola, non c’è un quadro di pianificazione adeguato a un'opera di ingegneria così complessa e ogni anno la data ufficiale del suo completamento viene rinviata.

La situazione è in stallo. Solo l’intervento dell'Unesco potrebbe portare un aiuto efficace, con la mobilitazione di competenze internazionali, il sostegno alle decisioni governative e il monitoraggio dell’attuazione del progetto. Venezia ha bisogno di un forte stimolo esterno.

Mezzo secolo fa, sotto la guida del filosofo francese René Maheu, l'Unesco accettò la sfida e promosse l'azione internazionale necessaria per la salvaguardia di Venezia e la sua laguna. È giunta adesso l’ora, per l'Unesco, di tornare a sostenere il progetto di salvaguardia di Venezia e portarlo a termine, nell’interesse delle generazioni future.

Questa non è solo una questione di interesse nazionale: tutto il mondo ha il diritto di sapere come e quando Venezia verrà salvata.

Francesco Bandarin è stato direttore del Centro del Patrimonio Mondiale dell’Unesco (2000-2010) e vicedirettore Generale dell’Unesco per la Cultura (2010-2018).

Francesco Bandarin, edizione online, 15 novembre 2019


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