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Arte e Imprese

Il "Quadrilatero della cultura" a Bologna

Nasce uno degli spazi collaborativi più grandi d'Europa

Presentazione del Quadrilatero della cultura, Bologna, copyright Margherita Caprilli

«Creare uno degli spazi collaborativi più grandi d'Europa per immaginare nuovi modelli di collaborazione, aumentare le relazioni tra cittadini, turisti e patrimonio storico, dare impulso a tutti gli spazi culturali e creativi, dove accedere in modo innovativo a tecnologie e formare giovani alle nuove competenze».

Con questa motivazione la Regione Emilia-Romagna contribuirà al Progetto del Comune di Bologna denominato «Laboratorio Aperto Metropolitano per l'Immaginazione, Collaborazione e Innovazione Civica», che più semplicemente darà vita al Quadrilatero della Cultura bolognese, uno degli spazi culturali collaborativi più grandi d'Europa.

Attualmente sono in corso lavori di riqualificazione dei siti pubblici istituzionali intorno a Piazza Maggiore (Palazzo d’Accursio, Biblioteca Sala Borsa e Auditorium Enzo Biagi, Cortile Guido Fanti e la ex Galleria d’Accursio) per farne un unico grande spazio. Con il coinvolgimento, in collaborazione con Comune di Bologna, di istituzioni e operatori culturali, in particolare Fondazione Cineteca di Bologna, Fondazione per l’Innovazione Urbana, Istituzione Bologna Musei, Patto per la Lettura, Bologna città della musica UNESCO, OfficinAdolescenti e Informagiovani, Biblioteca Sala Borsa.

Il progetto è stato presentato la sera del 25 settembre 2020 nella splendida Biblioteca liberty della Sala Borsa attraverso una tavola rotonda, moderata da Chiara Faini (responsabile dei progetti culturali della Fondazione per l’Innovazione Urbana) su «Nuovi distretti e centri culturali: quale ruolo nelle città di domani», mettendo a confronto le realtà più innovative attraverso il dialogo tra Matteo Lepore (Assessore alla Cultura, promozione della città e immaginazione civica del Comune di Bologna), Andrea Bartoli (fondatore del Farm Cultural Park di Favara), Alessandro Bollo (Direttore del Polo del ‘900 di Torino), Riccardo Luciani (Direttore del MIM-Made in Manifattura di Firenze) e Massimiliano Tarantino (Direttore della Fondazione Feltrinelli di Milano).

Tutte esperienze in cui il tratto caratterizzante è la capacità dei poli culturali di rappresentare fattori di evoluzione e trasformazione delle città.
Il FARM Cultural Park nasce con l’intento di recuperare tutto il centro storico di Favara trasformandolo nella seconda attrazione turistica della provincia di Agrigento dopo la Valle dei Templi. Prima di FARM Favara era un piccolo borgo rurale con uno straordinario centro storico abbandonato, un passato glorioso ma un presente inadeguato. FARM ha trasformato i Sette Cortili prima dimenticati e in stato di degrado in spazi per la socialità e l’ospitalità temporanea, per conferenze e concerti, galleria d’arte, residenze d’artista.
In questo modo, ha sottolineato Bartoli, la cultura ha dato a Favara una nuova identità: da città di mafia a città creativa e dei giovani. Fino al lancio, nell’agosto del 2018, della «Società per Azioni Buone» per mettere insieme e a valore le risorse del territorio per contribuire a progetti di utilità e rilevanza sociale e collettiva. Con una grande attenzione dedicata ai più giovani: il Farm Children‘s Museum (dove i bambini di tutte le età, possono giocare, imparare e sognare, per coltivare pensiero critico, responsabilità sociale e consapevolezza globale) e SOU la Scuola di Architettura per bambini (con attività educative legate all’urbanistica, all’architettura, all’ambiente e alla costruzione di comunità, ma anche all’arte, al design e all’agricoltura urbana).

Nasce invece nel contesto di una collaborazione immobiliare pubblico-privato il MIM-Made in Manifattura. Con alcune caratteristiche originali, sottolineate da Luciani: la cultura per utilizzare spazi urbani nelle transizioni e nei tempi di attesa tra l’aggiudicazione e lo sviluppo immobiliare; la temporaneità quindi di un polo culturale per rianimare un sito di archeologia industriale di grande valore architettonico ma periferico, fuori dal centro storico e dai flussi turistici.
La struttura, costruita tra il 1933 e il 1940 su progetto degli architetti Pier Luigi Nervi e Giovanni Bartoli, ha ospitato, fino alla chiusura nel 2001, lo stabilimento della Manifattura Tabacchi di Firenze. Nel 2016 – dopo 15 anni di abbandono - è stato avviato un progetto per dar vita a un nuovo quartiere e a un centro per la cultura contemporanea: allo scopo è stata costituita una joint venture tra il Gruppo Cassa Depositi e Prestiti e il Gruppo AERMONT, fondo immobiliare indipendente.
La sfida che questo progetto ha lanciato è che forse tanti altri luoghi, in collaborazione tra l’amministrazione pubblica e un soggetto privato, si possono rigenerare e trasformare prima ancora di quello che sarà il loro esito finale.

Anche a Torino il recupero di un grande complesso storico, quello juvarriano dei Quartieri Militari, è divenuto sede del più grande centro culturale italiano dedicato al ‘900, fondato nel 2016 (progettato e sostenuto da Compagnia di San Paolo, Comune di Torino e Regione Piemonte) che, in quattro anni, si è distinto come punto di riferimento non solo per la ricerca storica sul Novecento, ma anche per l’attenzione ai temi d’attualità. Con una offerta culturale caratterizzata, come ha sottolineato Bollo, da un «approccio ibrido» perché è «un posto dove accadono tante cose». Infatti, nei palazzi di San Daniele e San Celso, in oltre 8.000 mq., il Polo del ‘900 accoglie un museo, spazi per eventi, mostre e performances, una biblioteca, aule per la didattica, area per bambini, sale conferenze, un cinema all’aperto e uno al chiuso. Ed ospita anche le sedi di 22 Enti partecipanti che rappresentano riferimenti nella ricerca storica, sociale, economica e culturale del Novecento. Il tutto – come ha opportunamente annotato Bollo - sviluppando un processo di integrazione tra matrici valoriali diverse per utilizzare «la memoria, la storia, il pensiero del ‘900 come dispositivo d’interpretazione della contemporaneità, come strumento attraverso cui ci si può muovere nella comprensione del presente per interpretare il futuro». Anche qui il coinvolgimento dei giovani è un tratto distintivo: nelle iniziative per le scuole, nel presidio degli spazi, nell’attività di uno young boardformato da una trentina di ragazzi (tra 18 e 23 anni, scelti attraverso una call pubblica) che «vivono il luogo, ci dànno buoni consigli, ci aiutano ad orientare la comunicazione e la progettazione in relazione ai loro coetanei e diamo loro carta bianca per realizzare un festival che è l’esito della loro esperienza».

Analogo processo di recupero, trasformazione, rigenerazione ha caratterizzato la nuova sede della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli,realizzata dal 2013 al 2016 a Milano: una struttura che raccoglie, nelle parole di Tarantino, una storia di 70 anni e ora è un «luogo di cittadinanza ed un centro europeo delle scienze sociali, con l’idea di andare oltre la logica museale e conservativa» perché un luogo di cultura può essere «un luogo di produzione e anche promozione dello spirito critico, un luogo di costruzione di nuove dinamiche di sollecitazione alla politica a fare meglio il proprio lavoro, alle imprese a guardare il futuro con un’ottica costruttiva per fare rete».
Con questo obiettivo, dal 2017 sei Osservatori di ricerca permanenti si occupano di altrettante grandi tematiche dello sviluppo sociale: il lavoro, la politica, la democrazia, la trasformazione urbana, le dinamiche di cittadinanza e le politiche educative, nella consapevolezza che la «buona politica deriva dai cittadini ed il compito della cultura è fornire degli strumenti ai cittadini per essere cittadini consapevoli, alla politica per agire di conseguenza».
I Poli culturali, quindi, sono luoghi fondamentali come luoghi di realtà, di connessioni di idee e costruzione di una proposta. Perché oggi secondo Tarantino, servono mediazioni, contesti di autorevolezza, per fare collettivamente un passo avanti. Non a caso questo impegno della Fondazione è stato premiato da un aumento esponenziale dei frequentatori che sono passati dai 20.000 del 2015 ai 500 .000 del 2019.

Sono questi anche i tratti distintivi del progetto bolognese, che tuttavia – come ha sottolineato l’Assessore Lepore - non ha scelto un immobile isolato benché di grande valore simbolico, storico e architettonico, e neppure una zona industriale dismessa lontana dal centro storico bensì ha pensato alla città del futuro con  il Quadrilatero della Cultura «mettendo a sistema un distretto attorno al Palazzo di città» realizzando «una piattaforma di tecnologie e luoghi messi al servizio della comunità», facendo «cultura civica attraverso il cinema, la biblioteca, i musei, le mostre, gli incontri ma anche attraverso le stagioni che cambiano perché il Quadrilatero è un grande contenitore di contenitori, nell’autunno inverno negli spazi indoor e in primavera estate negli spazi aperti della piazza e dei cortili. E non dovrà vivere solo nel centro storico ma dovrà portare i suoi contenuti anche in tutta la rete metropolitana».

La cultura è quindi una leva importante per trasformare e rigenerare le nostre città, anche alla luce dei profondi cambiamenti e dei nuovi scenari che la pandemia ha determinato nei nostri bisogni e nei nostri comportamenti.

@ Riproduzione riservata

Roberta Bolelli, edizione online, 29 settembre 2020



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