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Tecnosfera. A Bologna la IV Biennale di foto/industria promossa dalla Fondazione MAST

La fotografia come consapevolezza del cambiamento e visione del futuro

André Kertéz, "American Viscose"

«Tecnosfera»«l’Uomo e il Costruire»«Anthropocene»: in queste parole la sintesi del percorso e della narrazione della quarta edizione della prima ed unica Biennale dedicata alla Fotografia dell’Industria e del Lavoro, promossa e organizzata dalla Fondazione MAST (creata dall’imprenditrice e mecenate Isabella Seràgnoli) - a Bologna dal 24 ottobre al 24 novembre 2019 - con mostre ed eventi diffusi nella città.

La direzione artistica di Francesco Zanot ha portato avanti il progetto della Biennale, iniziato con successo nel 2013 da François Hébel, con l’intento di condividere con la città la missione culturale della Fondazione, concepita come tramite tra l’impresa e la comunità. Oggi il MAST (Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia) è un luogo di condivisione e collaborazione che ospita attività diverse, tra cui la PhotoGallery, con la propria collezione di fotografia industriale e del lavoro curata da Urs Stahel e con l’allestimento di mostre temporanee. Unica istituzione al mondo dedicata alla fotografia del lavoro.

Attraverso undici mostre, dieci allestite in luoghi storici e una al MAST (Anthropocene co-curatore Urs Stahel, fino al 5 gennaio 2020), si sviluppa un itinerario espositivo – nella dialettica tra le immagini e quegli stessi luoghi – che declina il tema del «costruire», dalle città alle industrie, dalle reti energetiche a quelle infrastrutturali, dai sistemi di comunicazione alle reti digitali, delineando le complessità e le trasformazioni prodotte dalla presenza dell’uomo sul pianeta. Queste attività dànno forma alla «tecnosfera» (secondo la definizione del geologo Peter Haff) e cioè all’insieme di tutte le strutture che gli esseri umani hanno costruito per garantire la loro sopravvivenza sul pianeta. Lo sguardo degli artisti offre una panoramica su questo strato artificiale che l’uomo ha costruito nel tempo e oggi si trasforma ed evolve nell’«anthropocene», la particolare impronta dell’attività dell’uomo sulla terra, che sottolinea il progresso della tecnologia, ma anche i danni di uno sviluppo non regolamentato.

Infatti, come osserva Zanot, «la fotografia è allo stesso tempo un indispensabile strumento di ricerca e un prodotto dell’inestinguibile bisogno dell’uomo di cambiare (e rivedere) il mondo. Attraverso la fotografia raccontiamo i profondi cambiamenti che l’uomo è riuscito a realizzare per sé e nell’ambiente».

E così il visitatore oltre a subire il fascino artistico e architettonico dei luoghi delle esposizioni, vive la suggestione del racconto di celebri protagonisti della storia della fotografia del ‘900 insieme con affermati artisti contemporanei italiani e internazionali, dalle espressioni più tradizionali alle sperimentazioni più innovative: i paesaggi agroindustriali della Ruhr negli anni ’30 di Albert Renger-Patzsch (Pinacoteca Nazionale); il rapporto «uomo-macchina» alla Firestone e all’American Viscosa Corporation nelle immagini di André Kertész (Casa Saraceni, Fondazione Carisbo); lo sfruttamento delle risorse marine in Prospecting Ocean di Armin Linke (Biblioteca Universitaria di Bologna); le foto realizzate per Ferrari, Costa Crociere, Bulgari e Marazzi di Luigi Ghirri (Palazzo Bentivoglio); le immagini del Porto di Genova e dell’Italsider (1964) di Lisetta Carmi (Santa Maria della Vita); il degrado architettonico-ambientale dell’Olympiastadion di Berlino (nel 1936 ospitò le Olimpiadi) fino alla sua totale sparizione in Olympia, simulazione di computer grafica di David Claerbout (Spazio Carbonesi, Palazzo Zambeccari); H+ di Matthieu Gafsou espressione creativa del «transumanesimo», movimento con l’obiettivo di migliorare le performance cognitive, psichiche e fisiche dell’uomo attraverso l’utilizzo della scienza e della tecnologia (Palazzo Pepoli Campogrande); la riflessione sui limiti e le distorsioni della visione delle macchine, sullo spazio pubblico e sul continuo processo di costruzione e ricostruzione della città nel video Spectral City di Stephanie Syjuco (MAMbo); il tema dei rifiuti nella riflessione estetica e filosofica di Yosuke Bandai con immagini in cui gli oggetti di partenza, pure riconoscibili, sono completamente trasformati (Museo Internazionale della Musica); le ipoteche del passato e l’incertezza della crescita delle nuove metropoli africane nelle immagini sull’Angola di Délio Jasse (Palazzo Paltroni, Fondazione del Monte).

Questo viaggio di conoscenza e suggestioni culmina al MAST con l’undicesima mostra «Anthropocene», che rappresenta – sono parole di Isabella Seràgnoli - «il risvolto più drammatico dell’azione esercitata dagli esseri umani sia sulla sfera terrestre sia sugli altri animali che la abitano». Mediante un‘esplorazione multimediale si documenta l’impatto dell’essere umano sul pianeta attraverso le straordinarie immagini di Edward Burtynsky, il film di Jennifer Baichwal e Nicholas De Pencier e una serie di installazioni di realtà aumentata. Combinando fotografia, cinema, realtà aumentata e ricerca scientifica, gli artisti dànno vita a un quadro d’insieme di forte impatto sui cambiamenti determinati dall’attività umana e sugli effetti nei processi naturali.

Con Foto/Industria 2019 – sottolinea Isabella Seràgnoli - «la Fondazione MAST vuole di nuovo riflettere su ciò che è accaduto e sta accadendo nel mondo: è una nostra responsabilità. Impareremo a vedere meglio, a vedere in profondità. Acquisire consapevolezza significa già mettere un piede nel futuro».

©Riproduzione riservata

di Roberta Bolelli


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