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Musei d'impresa

Musei e archivi d’impresa protagonisti di un film documentario promosso da Museimpresa

“NEWMUSEUM(S). Stories of company archives and museums” per raccontare identità, memoria e innovazione delle eccellenze produttive italiane tra passato, presente e futuro. Ne parliamo con la regista Francesca Molteni.

Museimpresa - "NEWMUSEUM(S). Story of company archives and museums"

“Un riconoscimento a una parte del Paese che ha ricostruito le proprie identità di capacità e la propria identità europea intorno al mondo della bellezza, quindi non solo dell’impresa, ma dell’impresa del bello, che colloca l’Italia tra i paesi fondamentali per l’esistenza stessa dell’Europa. Una grande soddisfazione”, afferma nel film Alberto Meomartini, presidente di Museimpresa – Associazione italiana musei e archivi d’impresa.

“Non un film definitivo sui musei e gli archivi d’impresa, ma una finestra che si apre sul mondo e che vorrebbe essere l’avvio di un dialogo su cosa voglia dire essere un museo d’impresa oggi, e un museo in generale” racconta la regista Francesca Molteni.

Nata nel 2001 a Milano grazie ad Assolombarda e Confindustria, Museimpresa mette in rete, promuove e valorizza le esperienze dei musei e archivi d’impresa in tutti i settori del Made in Italy. Tra i progetti più recenti, un film documentario per raccontare il fenomeno. Dopo la prima proiezione tenutasi l’8 novembre 2018 presso la sede di Assolombarda, “NEWMUSEUM(S). Stories of company archives and museums” è stato presentato lo scorso 30 gennaio a Bruxelles al Parlamento europeo e il 15 febbraio a Palazzo Te a Mantova, e sarà proiettato a Milano il prossimo 3 marzo in occasione di MuseoCity. Seguiranno altre proiezioni in Italia e all’estero, organizzate da Museimpresa e da MUSE Factory of Projects. Il film, patrocinato da ICOM Italia e Assolombarda, è stato realizzato con la collaborazione dell’Archivio nazionale cinema d’impresa.

Un ricco e suggestivo repertorio di immagini, video, citazioni, testi e voci d’eccellenza restituisce in 45 minuti la complessità e la vivacità del fenomeno, con contributi di Salvatore Accardo, Stefano Arienti, Stefano Baia Curioni, Mirko Cerami, Carolyn Christov-Bakargiev, Fiorenzo Galli, Alberto Meomartini, Renato Molho, Marco Montemaggi, Davide Ravasi, Leonardo Sangiorgi, Jeffrey Schnapp, Toni Servillo, Chris Taft, Phillip Tefft e Cino Zucchi.

Ne parliamo con Francesca Molteni, regista, laureata in Filosofia Teoretica all’Università degli Studi di Milano e specializzata in Film Production alla New York University, docente di performance video alla NABA di Milano, fondatrice di MUSE Factory of Projects, società che si occupa di progetti editoriali e multimediali.

Come nasce il progetto di un film-documentario su archivi e musei d’impresa italiani?
Il progetto nasce alcuni anni fa quando ho cominciato a collaborare con Museimpresa per una rubrica del Sole 24 Ore, “Oggetti d’impresa”, che, sull’edizione domenicale, raccontava la storia di un museo d’impresa attraverso un oggetto in qualche modo simbolico per la storia, il design, l’evoluzione, la tecnologia industriale etc. Da lì si è creato un rapporto con l’associazione, per cui questa serie di articoli hanno fatto poi da base a una mostra che si chiama “50+…il grande gioco dell’industria”, che abbiamo presentato alla Fondazione Bracco nel 2015, come evento conclusivo di Expo per la Fondazione, e poi in varie sedi in Italia e nel mondo. È diventato infatti un progetto della Farnesina e abbiamo fatto viaggiare le storie di questi oggetti nelle ambasciate e negli istituti italiani di cultura. Abbiamo cominciato così a creare una narrativa sui musei d’impresa che cercasse di parlare a un pubblico più ampio, anche straniero, e non soltanto agli associati, ovvero musei e archivi diversissimi tra loro e diffusi in tutto il territorio italiano. Ci siamo infatti resi conto che si tratta di un’unicità italiana. Ci sono ovviamente altri musei d’impresa in Europa e nel mondo, ma una tale concentrazione di musei legati alla storia di un’impresa o di un’industria è presente solo in Italia. Dopo una mostra e un libro, pubblicato da Carocci e intitolato “Icone d’impresa”, che ha raccolto i vari articoli della rubrica del Sole 24 ore, mi è sembrato naturale pensare ad un film. Così l’anno scorso abbiamo cominciato a ragionare, con una squadra di persone di Museimpresa, in particolare il presidente Alberto Meomartini e i consiglieri Francesca Appiani e Marco Montemaggi, su come poter raccontare in un documentario, di 45 minuti e ovviamente non di ore, la varietà e la complessità di questo mondo. Così è nato il film.

Quali scelte a livello di regia per un viaggio così evocativo della biodiversità e dell’essenza dei musei e archivi d’impresa italiani, così intrisa allo stesso tempo di memoria e innovazione?
Non è stato facile, in quanto oggi solo gli archivi e i musei associati a Museimpresa sono oltre 90. Non si poteva quindi fare una carrellata sulla totalità dei musei, sarebbe stato noioso, ripetitivo e difficile da concentrare in un numero limitato di minuti. Abbiamo così deciso di procedere su piste narrative diverse: la prima, sono state le interviste a specialisti della materia, curatori di musei in generale e non dei musei d’impresa, curatori come Jeffrey Schnapp che è stato l’inventore del Metalab di Harvard e ha fatto degli archivi il centro di una delle sue piste di riflessione, il presidente di Museimpresa ma anche direttori di musei che si confrontato tutti i giorni con il tema di capire cosa è un museo oggi e a cosa serve. Alla pista delle interviste si sono intrecciati altri tre filoni. Il secondo filone è quello delle citazioni, abbiamo cercato citazioni di autori del passato ma anche contemporanei, che ci aprissero dei momenti poetici che abbiamo anche reso visivamente con delle illustrazioni realizzate da Sarah Mazzetti, bravissima e giovane illustratrice italiana. Questi momenti sono delle pause, in cui si ascoltano delle parole evocative. Il terzo intreccio è dato dai testi veri e propri, che abbiamo scritto insieme a Cristiana Colli e che hanno fatto da fil rouge di tutto il racconto. Testi descrittivi ma anche con un bel linguaggio evocativo, volevamo evitare di fare un progetto di divulgazione elementare. Poi c’è ovviamente il racconto visivo, per cui abbiamo fatto un accordo di collaborazione con l’Archivio del cinema industriale che ha sede a Ivrea. Insieme alle immagini dei musei e dei luoghi che abbiamo visitato per incontrare le persone che abbiamo intervistato, abbiamo inserito una serie di documenti video d’archivio, che provengono dall’Archivio Olivetti e da tanti altri archivi dei musei d’impresa, proprio per dare un contenuto visivo ed emozionale a questo racconto. È stata sicuramente d’aiuto anche la voce narrante di Sandro Lombardi, grande attore italiano di teatro, che ho coinvolto per il suo modo teatrale di narrare, non semplice speaker ma vero interprete del racconto.

Potremmo considerare archivi e musei d’impresa come istituzioni involontarie, che hanno avuto origine da un mix di beni materiali e immateriali nati per altri obiettivi e costitutivi di una solida identità. Nel film si afferma infatti: “Di carta, di pietra o di metallo, misurabili, catalogati o intangibili (…) gli archivi sono architravi solidi e silenziosi”. Quale allora il ruolo dello storytelling in questi casi?
Il ruolo dello storytelling è importantissimo. Questi musei e archivi vivono se c’è una volontà di narrazione. Sono dei giacimenti, dei depositi di storia e di memoria ma rischierebbero di diventare luoghi polverosi, e forse anche poco interessanti rispetto ai grandi musei di arte e di storia che abbiamo sul territorio italiano, se non avessero questa volontà e questa costruzione di un racconto che passa attraverso mostre, installazioni multimediali... Sono dei luoghi di grande trasformazione della materia. Il manufatto, che può essere un oggetto, una grafica, un filmato, una macchina, un brevetto, diventa vivo se viene teatralizzata e messa in scena la valenza di quell’oggetto, non solo per il museo in sé e per la storia industriale di quell’impresa, ma anche nella cultura e nell’immaginario collettivo. Pensiamo a tanti oggetti che fanno parte della nostra vita, che ci hanno accompagnato nella nostra adolescenza, nella nostra crescita, di cui noi utilizzatori stavamo inconsapevolmente, in quel momento, creando un immaginario collettivo. Pensiamo alla Vespa, alla bottiglia Campari disegnata da Depero, oggetti quotidiani, alcuni si possono trovare nei supermercati, si possono acquistare, pensiamo alla confezione di pasta Barilla, che ha una bellissima storia. Sono oggetti portatori di significati molto più ampi rispetto a quelli di cui il consumatore in qualche modo si rende conto. Spesso per arrivare a quell’innovazione tecnologica, di prodotto o di design c’è stata la collaborazione di architetti, ingegneri, prototipisti, tecnici ma anche di grafici, fotografi, registi, pensiamo ad esempio a Bernardo Bertolucci, Ermanno Olmi o Federico Fellini, che sono stati gli autori più significativi del cinema industriale italiano. Tutto questo portato così denso di significati va messo in luce, va raccontato, altrimenti rischia di rimanere in nuce nell’oggetto o nel museo.

Archivi e musei d’impresa possono essere considerati preziose incarnazioni di un capitale territoriale, parte integrante dell’armatura culturale del territorio, per dirla con le parole di Maurizio Carta. Nel film si afferma infatti che “nel paese più manufatturiero d’Europa, con la più antica longevità industriale e la più celebrata versatilità produttiva, i luoghi di lavoro sono sensori del cambiamento e della complessità sociale, economica e produttiva”. E ancora: “È l’Italia che non ti aspetti, piccoli comuni, grandi capitali, (…) luoghi dove la forma accoglie la funzione, dove la comunità si riconosce in uno stesso progetto di vita, dove il territorio ridefinisce i beni comuni”. Quale allora il ruolo che queste istituzioni possono svolgere nei processi di sviluppo locale e sociale?
Questo è un ruolo importantissimo. Questi musei rappresentano sul territorio luoghi fondamentali per la creazione della memoria condivisa della comunità, che si riconosce in quella storia d’impresa o anche semplicemente nei valori che quell’oggetto o quel museo esprimono, che sono legati alla territorialità. Una comunità di persone che intorno al museo o all’archivio si riconoscono, riconoscono la propria identità e possono rendere più forte e più preciso il proprio senso di essere parte di quella comunità. Questo è un ruolo davvero fondamentale. Credo ci siano poche altre istituzioni che possono svolgere questo compito, la scuola certamente, tra l’altro con questa diffusione in territori lontani tra di loro e che magari non hanno un accesso così immediato a tanti altri luoghi della cultura. Sono progetti importantissimi anche per l’aspetto formativo ed educativo, si tratta infatti di luoghi molto frequentati da scuole e università. Sono dei luoghi di radicamento nel territorio. Sicuramente questo è uno degli aspetti più importanti.

Particolare posizione, quella dei musei e degli archivi d’impresa, all’intersezione tra tecnologia, cultura d’impresa, sapere artigianale, arte contemporanea, responsabilità sociale. Interessante a questo proposito anche lo sguardo “altro” proposto nel documentario, ovvero quello di studiosi, esperti e creativi. Quali sfide per questi musei negli anni a venire?
La sfida è di parlare al mondo, cioè non essere autoreferenziali, rischio in parte inevitabile trattandosi di storie familiari, di storie d’impresa. Una delle sfide importanti è proprio quella di divulgare, dialogare con un pubblico molto più ampio che non sia solo quello territoriale, pensiamo al turismo industriale. L’Italia ha effettivamente questo giacimento unico che ha bisogno di essere messo in rete. L’associazione Museimpresa fa proprio questo, ma ogni singolo museo ha, secondo me, la responsabilità di parlare al mondo. Anche per questo il senso di questo documentario, ci auguriamo e faremo in modo che sia diffuso in tutta Europa e non solo sul territorio italiano. Portare la voce di questa unicità italiana nel mondo è fondamentale. Senz’altro un’altra sfida importante è quella di continuare questo processo di narrazione attraverso altri linguaggi, penso al teatro, alla performance, per rendere vivi dei luoghi che hanno bisogno di essere animati. L’associazione Museimpresa quest’anno compie 18 anni, diventa matura, e credo stiano facendo un ottimo lavoro di promozione e di conoscenza di queste realtà a livello internazionale. Non dobbiamo dimenticare che spesso sono storie di imprese che magari finiscono o vengono acquisite da fondi, le realtà industriali italiane sono anche questo, è quindi molto importante che venga testimoniata una storia che non è raccontata nei libri, che non è raccontata a scuola, che però fa parte della nostra identità in modo molto forte. Ad esempio, durante la preparazione del film abbiamo realizzato delle interviste a Londra. Sappiamo che l’Inghilterra è un punto di riferimento per la museologia, eppure, raccontando la storia di Museimpresa, vedere la loro reazione di sorpresa alla notizia che in Italia ci fosse questo network mi ha fatto riflettere di quanto questa fosse una specificità italiana.

@Riproduzione riservata

di Maria Elena Santagati


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