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Consigli di lettura

La crescita esponenziale dei musei privati

Un testo scientifico, corale, interdisciplinare, edito da Egea, restituisce il panorama domestico del fenomeno di crescita dei musei privati. Lo cura Alessia Zorloni, economista della cultura e art advisor specializzata nel mercato dell’arte, docente di Teorie e forme del mercato dell’arte all’Università IULM di Milano, dove è co-direttore del Master in Art Market Management.

Collezioni di natura diversa, private, corporate, fondazioni d’artista, caratterizzate da universi di storie, dimensioni e tipologie, che si offrono alla pubblica fruizione con musei. Il fenomeno dei musei privati è poco conosciuto e studiato malgrado la forte crescita in tutto il mondo, che, a partire dal 2000, ha portato al raddoppio della sua consistenza numerica, come dimostrano il Private Art Museum Report pubblicato da Larry’s List nel 2015 e la BMW Art Guide by Independent Collectors, la cui prima edizione risale al 2012.
Gli Stati Uniti e l’Europa hanno la più longeva tradizione nel settore, essendo sede di numerose istituzioni sorte sin dagli inizi del Novecento. La Phillips Collection a Washington, per esempio, è stata fondata nel 1921 e costituisce il primo museo di arte moderna degli Stati Uniti. Nel 1974 Philippa de Menil e Heiner Friedrich hanno fondato la Dia Art Foundation, mentre la Menil Collection ha aperto nel 1987. Guardando all’Europa, il Louisiana Museum of Modern Art, vicino a Copenaghen, è stato avviato da Knud W. Jensen nel 1958 e la bellissima Fondation Maeght in Saint-Paul-de-Vence ha inaugurato nel 1964. Negli ultimi decenni però il fenomeno è cresciuto esponenzialmente.Dei 367 musei privati analizzati nella ricerca il 74% è stato fondato dopo il 2000”, considera Zorloni.

La ricerca restituita nel volume ha preso in considerazione un campione di 367 musei privati con dimensione internazionale. L’Europa risulta l’area geografica in cui si concentra il maggior numero di istituzioni (61%), seguita dall’Asia (18%) e dal Nord America (12%). La quota residua, pari a circa un decimo dei musei oggetto d’analisi, si trova distribuita tra Medio Oriente (4,6%), Sud America (2,7%) e Africa (1,9%). Tra i musei fondati prima del 1990 l’83% ha sede in Europa e soltanto il 6% in Asia. Il dato sui musei privati ospitati da Paesi asiatici è da considerarsi in difetto, in quanto molte istituzioni si rivolgono a un pubblico locale, con siti nella lingua del Paese. La Germania è particolarmente virtuosa con 67 musei. L’Italia si colloca oggi al secondo posto, a livello internazionale, con 40 musei fondati da collezionisti privati sul territorio italiano, il 62% dei quali ha inaugurato dopo il 2000.

Secondo gli autori, le motivazioni che spingono i collezionisti contemporanei a fondare musei privati sono comparabili a quelle che hanno spinto i loro predecessori: la passione combinata alla volontà di condividere le collezioni con il grande pubblico e il desiderio di mantenerle integre. Un altro fattore determinante è legato alla difficoltà di trovare accordi soddisfacenti con le istituzioni pubbliche, e non solo, per mancanza di spazi espositivi, anche se, è noto, solo una piccola parte delle collezioni dei più importanti musei sono visibili al pubblico: la Tate espone circa il 20% della sua collezione, il Louvre l’8%, la National Gallery il 5% e il Guggenheim solo il 3%. “Un caso scuola è quello del grande collezionista italiano Giuseppe Panza di Biumo, i cui più importanti nuclei di opere sono visibiliall’estero in musei quali il MOCA di Los Angeles o il Guggenheim di New York. In precedenza, il collezionista aveva tentato, fallendo, di destinare le sue opere a grandi istituzioni come il Castello di Rivoli di Torino, l’Arsenale di Venezia e Palazzo Reale di Milano”. I collezionisti privati sempre più raramente decidono di donare le opere in proprio possesso a un museo pubblico senza richiedere, come conditio sine qua non alla donazione, l’esposizione permanente dell’intera collezione donata.

Quali modelli emergono per i musei privati?Dall’analisi svolta abbiamo identificato quattro modelli che caratterizzano la brand identity. Il primo è basato sull’architettura iconica, la cui eloquenza finisce spesso per relegare in secondo piano le collezioni museali. Il secondo, che abbiamo denominato imprenditoriale, coniuga le attività culturali a quelle commerciali ed è ben rappresentato dal Museum of Old and New Art di Hobart, in Australia, che ospita attività redditizie quali una cantina, un birrificio, un ristorante e un boutique hotel. Il terzo modello si concentra su collezioni e attività curatoriali, enfatizzandone il valore formativo. Ne è un esempio la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, pensata non solo per la formazione di artisti e curatori ma anche per quella del grande pubblico. Il quarto modello, infine, coinvolge direttamente la comunità locale, e le collezioni sono viste come potenziali motori di miglioramento sociale. Questo modello votato alla riqualificazione e alla rigenerazione urbana si esprime nei progetti di Rubell Family Collection, Fondazione Prada o Garage Museum of Contemporary Art, che tramite i musei d’arte hanno svolto un’azione di empowerment delle comunità”.

Diverse sono le scelte di governance. “Dal punto di vista economico-giuridico i musei fondati da collezionisti privati possono distinguersi in base al soggetto che ha la proprietà della collezione e del soggetto che li gestisce. Un museo può far parte integrante di un’organizzazione, come ad esempio le Gallerie d’Italia per Intesa San Paolo o la Daimler Art Collection. Può essere un’organizzazione non profit come la Pinault Foundation. Può essere un soggetto giuridico pienamente indipendente (private ownership) come nel caso della Collezione de la Cruz a Miami o della Collezione Maramotti a Reggio Emilia oppure essere una collaborazione pubblico-privato (public private partnership) come nel caso della Fondazione Morra-Greco o della Collezione Olgiati.”

Un tema complesso e in continua evoluzione che ha richiesto competenze multidisciplinari per la definizione degli ambiti e l’analisi offerta dal volume. Tra gli autori troviamo docenti universitari, collezionisti e professionisti: in ordine alfabetico, Tiziano Aglieri Rinella, Nicola Canessa, Michele Citarella, Alessandra Donati, Roberta Ghilardi, Giorgio Iacobone, Ernesto Lanzillo, Sonia Pancheri, Adriano Picinati di Torcello e Barbara Tagliaferri. Patrizia Sandretto Re Rebaudengo ha scritto l’introduzione del libro e curato una serie di interviste a noti collezionisti e manager di istituzioni private tra cui Tony Salamé, Enea Righi, Bruna e Matteo Viglietta, Uli Sigg, Renate Wiehager, Massimo Lapucci, Michele Coppola, Ramin Salsali e Harald Falckenberg.

Il volume invita a considerare il patrimonio artistico come parte del patrimonio globale della famiglia e si rivolge quindi a collezionisti, ai Family Office, alle figure professionali già depositarie della fiducia delle famiglie con grandi patrimoni artistici (tax and legal advisor, trustee, commercialisti, fiduciari, wealth manager e private banker) interessate a creare una risposta adeguata a una crescente domanda di consulenza patrimoniale olistica.

Zorloni A. (a cura di), Musei privati. La passione per l’arte contemporanea nelle collezioni di famiglia e d’impresa, Egea, Milano, 2019
ISBN 9788823836860
€ 38,00


@ Riproduzione riservata

di Maria Elena Santagati


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