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Fondazioni per l'arte contemporanea

Imprenditore e mecenate, Antonio Coppola dà vita ad una nuova fondazione per l’arte contemporanea a Vicenza

Patron della Biomax S.p.A., azienda leader nel campo delle tecnologie biomedicali, membro onorario del Centennial Committee di The Armory Show, segnalato da BMW Art Guide by Independent Collectors tra i primi 250 collezionisti indipendenti mondiali, Antonio Coppola si esprime oggi attraverso una Fondazione che porta il suo nome che apre la propria sede espositiva presso il Torrione medioevale di Vicenza - acquistato e donato al Comune in cambio di un usufrutto di trent’anni, dopo un meticoloso lavoro di restauro, per farne un polo per l’arte contemporanea.

Il Torrione medioevale di Vicenza, sede della Fondazione Coppola

Straordinarie esperienze si susseguono nel nostro Paese per testimoniare come l’intreccio tra arte ed impresa può produrre risultati di assoluto rilievo. E spesso queste esperienze riflettono, direttamente o indirettamente, l’influenza del ‹‹give back›› tipico della cultura anglosassone.
È questa infatti anche l’esperienza di Antonio Coppola. Italiano di nascita (1959) ha avuto una lunga e importante formazione negli Stati Uniti, dove si è laureato nel 1981 presso l’Università di Harvard magna cum laude, per poi fondare, divenendone amministratore, Biomax S.p.A., azienda leader nel campo delle tecnologie biomedicali. Ambasciatore onorario dello Stato del West Virginia, dal 2013 è membro onorario del Centennial Committee di The Armory Show, la principale fiera d'arte di New York, destinazione culturale leader per scoprire e collezionare l'arte più importante del XX e del XXI secolo. Alla sua capacità di iniziativa e innovazione imprenditoriale, infatti, Coppola ha unito una profonda passione per l’arte, che l’ha portato a collezionare da oltre un decennio opere di artisti internazionali, emergenti o consolidati nel panorama dell’arte contemporanea.
L’impegno come mecenate di Coppola, che la BMW Art Guide by Independent Collectors colloca tra i primi 250 collezionisti indipendenti mondiali, si esprime oggi attraverso la Fondazione Coppola e l’apertura della propria sede espositiva presso il Torrione medioevale di Vicenza - acquistato e donato al Comune in cambio di un usufrutto di trent’anni, dopo un meticoloso lavoro di restauro, per farne un polo per l’arte contemporanea - con la mostra La Torre (dal 5 maggio al 31 agosto), curata da Davide Ferri. La prima personale in Italia degli artisti Neo Rauch (Lipsia, 1960) e Rosa Loy (Zwickau, 1958) - figure chiave della pittura internazionale degli ultimi decenni - che presenta una serie di opere inedite appositamente pensate per gli spazi del Torrione.
Di questa nuova esperienza e dei suoi progetti ci parla Antonio Coppola.

Da imprenditore, con quali scopi ha costituito la sua Fondazione?
Nessuna pretesa commerciale, né di ritorno aziendale legato alla mia attività di imprenditore. L’essere in stretto contatto con il mondo dell’arte mi fornisce alcuni degli strumenti emotivi che mi sostengono per affrontare con maggiore sicurezza il mondo degli affari. È un discorso che tocca più l’ambito culturale e oserei dire spirituale della persona. Dare un senso che vada oltre, pur non potendolo definire. Insomma, in merito alla sua domanda: l’arte mi aiuta a essere un imprenditore migliore. Vedere la questione al contrario creerebbe solo un corto circuito.

Qual è il filo conduttore della sua Collezione e in che misura dialogano e dialogheranno le varie espressioni artistiche?
Al primo posto c’è la pittura. La figura dell’uomo rappresentata nelle sue accezioni. Il modo in cui l’artista riesce a rappresentare le attività dell’essere umano nelle varie sfaccettature. Ma questo può essere fuorviante in quanto ogni rappresentazione figurativa è fondamentalmente astratta, nel senso concettuale del termine. Per capire questo basti pensare all’inafferrabilità concettuale di qualsiasi immagine o storia rappresentata, oppure basta soffermarsi a osservare una singola porzione di un quadro. Ogni centimetro quadrato è una lotta tra opposti, è un equilibrio precario ma stranamente perfetto di cosa vuol dire rappresentare il mondo. Quindi soprattutto la pittura intesa come volontà di rappresentare la sfera intima dell’uomo. Allo stesso tempo colleziono anche quelle installazioni che riescono ad accattivare la mia attenzione con la poetica di un gesto, oppure che si focalizzano sulla limitazione dell’uomo nello spazio in cui si muove. È la presenza dell’uomo, della civiltà, dello spazio che lo circonda che attira la mia attenzione, ma anche del limite spaziale e temporale che lo costringe al suo presente. Da qui la ricerca di un confronto serrato da collezionista con gli artisti contemporanei.

Come è avvenuta la scelta di Neo Rauch e Rosa Loy per avviare l’attività della Fondazione?
Molto semplicemente il tutto è nato dopo una visita di Neo e Rosa al Torrione ancora prima che fosse ultimato il suo restauro finale. Si sono immediatamente entusiasmati del luogo. Lo hanno trovato perfetto per la loro poetica. È stata una scelta istintiva, amore a prima vista. L’idea poi di fare una mostra con due artisti del loro calibro ha costituito una grande occasione affinché la mia città e la mia regione potessero essere introdotte all’universo surrealista di due grandi artisti. È anche un modo di dare concretezza e consistenza qualitativa al progetto della Fondazione già da subito.

È importante aver collegato l’avvio della Fondazione con l’intervento di recupero e restauro del Torrione medievale acquistato e donato al Comune di Vicenza. Qual è il suo giudizio su questa collaborazione tra pubblico e privato e come continuerà?
Non può che essere positivo. Ci sono vantaggi intrinseci in un’operazione del genere solo se sussiste una finalità culturale. Se l’arte è esposta in maniera indipendente, scevra da operazioni commerciali o interessi personali, la collaborazione tra il privato e il pubblico non può che esser vincente. Continuerà fin quando ci sarà il rispetto reciproco per le competenze di ciascuno e soprattutto fin quando sarà alimentata con forme di collaborazioni semplici che riguardano la logistica, il patrocinio simbolico, l’interessamento sentito al progetto.

La realtà del territorio ha influito sui suoi progetti? Che cosa rappresenterà il Torrione, come polo per l’arte contemporanea, nella vita artistica e culturale della città (e non solo)?
È presto detto. Non mi sarei avventurato in questo progetto se non avessi avuto l’ispirazione di un luogo così speciale, misterioso, storico, monumentale, vivo e per certi versi ingombrante. Fare una mostra nel Torrione, una torre di quasi 900 anni, vuol dire farci necessariamente i conti. Il mio progetto di fare qualcosa per il pubblico e la mia città sarebbe rimasto in stato embrionale ancora per qualche anno se non avessi avuto questa opportunità. Il Torrione è un acceleratore di sogni. Lo è stato per me, lo sarà per gli artisti che vi esporranno e soprattutto per i visitatori.

Ci può anticipare quali progetti ha in cantiere?
Al momento vi sarà una seconda personale in autunno con un artista austriaco di cui non posso fare ancora il nome; seguiranno progetti con uno dei più grandi pittori italiani e una ‹‹installazionista›› svedese, una delle voci poetiche più imponenti del contemporaneo. Non posso fare i nomi. I visitatori scopriranno di volta in volta i progetti a cui stiamo lavorando già adesso. Il Torrione sarà anche un punto di incontro per la poesia. Già a maggio ospiteremo un gruppo di affermati poeti internazionali.

La sua esperienza dimostra come sia importante rendere fruibile al pubblico una collezione privata. Come nasce la sua passione per il mecenatismo? Quali connessioni ci sono, nella sua esperienza, tra il mecenatismo, l’impegno culturale e l’attività imprenditoriale?
Amore per il mio passato, per ciò che mi ha preceduto, per i canoni che ci hanno temprato e che condizionano la nostra cultura, per la creatività individuale, per l’arte visiva ma anche per la letteratura, la poesia, la filosofia, e non solo. Come ho detto poc’anzi, l’arte condiziona il mio modo di essere, mi aiuta a diventare un essere umano più attento, meno ingombrante, più in pace con me stesso e il mondo che mi circonda.

Qual è il suo parere sul rapporto tra imprese e istituzioni culturali in Italia?
Ci sono ottimi modelli che vanno citati. A Roma, a Milano e Torino ci sono degli esempi estremamente virtuosi. Io penso che in ognuno di questi casi l’esperienza ricavata dalle imprese sia simile a quello che ho cercato di rappresentare nel mio caso specifico. Sono esempi da emulare che funzionano soprattutto perché la “voce” dell’imprenditore è silenziosa in merito alle scelte espositive e ai programmi.

Dalle esperienze americane è possibile a suo parere importare best practices utili allo sviluppo dell’offerta artistica e culturale nel nostro Paese?
Sì, anche se la vedo molto difficile stante l’attuale e insufficiente considerazione in Italia per i luoghi dedicati al contemporaneo. Bisognerebbe emulare la possibilità di sostenere i progetti culturali da parte di benefattori privati ed aziende concedendo per esempio dei benefici fiscali. È un buon investimento per lo stato. L’arte può essere un volano per interi settori. Può incoraggiare il turismo. Può ridurre il disagio esistenziale delle persone. L’arte stessa sviluppata e portata avanti dalle imprese del settore può costituire una branca economica rilevante.

Cosa suggerirebbe al Ministro per i Beni culturali per favorire sinergie tra privati, imprese e istituzioni culturali?
Un maggiore incoraggiamento affinché i luoghi e le fondazioni di arte siano viste come uno specchio rilevante dell’anima collettiva del tempo. Incoraggiare gli individui a dare indietro alla collettività anche attraverso forme di incoraggiamento fiscale. Tanto per fare un esempio, le fondazioni devono sostenere a loro carico l’IVA sugli acquisti. Non solo la fondazione affronta una determinata spesa, ma viene penalizzata attraverso un rincaro dei costi. Ma questi sono discorsi, i problemi devono essere affrontati a monte, devono vedere impegnata una nazione, un popolo e non lasciare che l’arte – che, ripeto, è un’importante cartina di tornasole di come una società funziona – sia lasciata al suo destino, alle iniziative dei singoli. Basta riflettere sul Torrione. È stato per secoli privato della sua funzione più naturale: essere visitato.

@Riproduzione riservata

di Roberta Bolelli


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