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Un viaggio lungo sei mesi per «dar corpo» all’energia

E’ l’obiettivo di Stefano Cagol che attraverserà l’Europa per VISIT, programma semestrale di artist in residence dell’RWE, colosso tedesco dell’energia. Il primo appuntamento il prossimo 3 ottobre, a Bergen

Stefano_Cagol_portrait_©_by_ONUK-ZKM

Grazie all’attività di promozione artistica della società RWE (www.rwe.com), seconda maggior produttrice tedesca di elettricità (con oltre 120 milioni di clienti distribuiti principalmente tra Europa e Nord America), l’italiano Stefano Cagol (Trento, 1969) realizzerà un interessante progetto di ricerca incentrato sui «temi energetici e la loro rilevanza sociale». «The body of energy», questo il titolo, è stato selezionato da una giuria composta da Tobia Bezzola (Direttore del Museo Folkwang), Mischa Kuball (artista e docente presso la Kunsthochschule für Medien Köln) e Andreas Beitin (Direttore ZKM | Museum of Contemporary Art, Karlsruhe), e sarà realizzato nell’arco di sei mesi a partire dal prossimo ottobre. Il progetto rientra nell’iniziativa «VISIT», un programma di artist in residence voluto dalla Divisione Cultura della Fondazione RWE, che prevede l’assegnazione annuale di due borse di studio di cui una destinata a un artista tedesco (quest’anno andata a Merlin Baum di Düsseldorf). Gli artisti selezionati ricevono un grant di 6.000 euro oltre alle spese di produzione del progetto. Al termine del semestre, sarà prodotta una mostra in una delle istituzioni museali tedesche connesse alla società che ha il suo quartier generale ad Essen, nel cuore della Rhur, dove si trova lo splendido Museum Folkwang e di cui RWE è tra i soci fondatori.
Il progetto si articolerà in diverse tappe; il primo appuntamento è previsto per il 3 ottobre 2014 e avrà luogo presso Landmark/Bergen Kunsthall a Bergen, in Norvegia, a cura di Maria Rusinovskaya.

Stefano Cagol, in cosa consisterà la tua opera per la RWE?
E’ un viaggio che proseguirà per sei mesi attraverso l’Europa: toccherò diversi impianti di RWE e, spostandomi da un punto all’altro, utilizzerò diverse pratiche per dar vita a «The Body of Energy». Passerò da impianti di produzione di energie rinnovabili a musei e istituzioni d’arte come luoghi generatori di energia culturale. Entrambe energie potenti, presenti, necessarie, ma al contempo impalpabili che ci sfuggono tra le dita.
Mi servirò più o meno di tutte le pratiche da me affrontate negli anni sviluppando i miei interventi, che mi piace definire multi-sfaccettati. Un furgone fungerà in molte occasioni da workstation e il lavoro si svilupperà attraverso una metodologia, quasi una sorta di liturgia. Posso anticipare che utilizzerò i mezzi dell’azione, la performance, la fotografia, il suono, il video, avvalendomi anche di videocamere speciali per rendere visibile ciò che non lo è a occhio umano.
Nel contempo il progetto verrà documentato anche attraverso l’uso del web con un sito dedicato (thebodyofenergy.com) e un mappa online realizzata on the road. Tutto il progetto si svilupperà in progress e alle istituzioni coinvolte verrà richiesta freschezza e flessibilità, in antitesi alla consueta rigidità delle programmazioni.
Il bello di questo percorso attraverso le nuove energie dell’Europa è che aprirà a molte situazioni inaspettate che per forza di cose accadranno durante questa lunga scansione nello spazio e nel tempo.

Quali sono i presupposti da cui sei partito?
Punto di partenza è stato il mio travelling project, «The End of the Border», sviluppato nel 2013 per la Barents Art Triennale, sul confine norvegese-russo, e partito dall’Italia (5000 chilometri più a sud), precisamente dalla diga del Vajont, in collaborazione con Dolomiti Contemporanee. Questo era a sua volta un upgrade di un’installazione realizzata nel 2008 in occasione di Manifesta 7, pensata per superare e disgregare metaforicamente i confini, materiali e mentali, attraverso l’utilizzo di un raggio luminoso orizzontale lungo molti chilometri. Una luce simbolica e strapotente.
Per VISIT di RWE Foundation lavorerò nella condizione inversa: non sarò io ad espandere in modo cosi scenografico l’energia ma mi trasformerò in un ricercatore d’energia. Energia invisibile, ma presente in ogni luogo, che avvolge la nostra esistenza.

Come si inserisce nella tua ricerca?
Tutta la mia ricerca si rivolge a situazioni sociali e politiche che coinvolgono direttamente la mia vita. Simboli, metafore ed ossimori, storia, conflitti, diari e comunicazione.
Il viaggio è sempre stato centrale nella mia esperienza, grazie anche ai molti artist in residence che ho conquistato. Uno tra i primi che ho intrapreso è davvero speciale: un post-doctoral fellowship vinto dal governo canadese nel 1997 per un progetto di ricerca di videoarte alla Ryerson University di Toronto, dove interagivo con Bruce Elder, regista sperimentale e mio academic supervisor, e Michael Snow suo carissimo amico.
«The Body of Energy» sedimenta una serie di progetti basati sull’idea di movimento nello spazio e nel tempo. Site-specific, ma anche time-specific. Con il progetto «Bird Flu Vogelgrippe» (2006) sondavo il condizionamento dei media che si manifestava attraverso un’importante crisi epidemiologica di influenza aviaria. Influenze fisiche e mentali: era quello che stava avvenendo in quel momento. Il progetto era prodotto dalla Galleria Civica di Trento e, dopo il passaggio/dialogo con monumenti che raccontano le dittature e i poteri del passato, ha avuto come destinazione finale Auguststrasse, di fronte al KW per l’opening della 4th Berlin Biennale.
«Bird Flu Vogelgrippe» ha dato seguito a «Power Station» satellite event alla prima Singapore Biennale (2006), ossia sit-in che si spostavano ispirati alle diverse culture del luogo diffondendo un remix di inni nazionali dei vecchi imperi coloniali e delle nuove potenze economiche asiatiche (proprio mentre avveniva la riunione del Fondo Monetario Internazionale). L’opera era incentrata sulla stratificazione della storia collettiva ma anche di quella personale, con «11 settembre», giorno del mio compleanno, presentato in contemporanea in 3 istituzioni: MART, Kunstraum Innsbruck e ZKM (2009).
Il tempo come permanenza, ma anche come sparizione. Ho utilizzato mezzi effimeri, ma incredibilmente potenti e simbolici. Come nello special project su riva Cà di Dio alla Biennale di Venezia del 2013 per il primo Padiglione Nazionale delle Maldive, allestito negli spazi della Gervasuti Foundation e Curato da Chamber of Public Secrets (CPS): Khaled Ramadan, Alfredo Cramerotti e Aida Eltoire. «The Ice Monolith», questo il titolo del lavoro, una fusione (documentata da video real-time) di un monolite di ghiaccio cristallino e purissimo del peso di 1400 kg proveniente dalle Alpi. Venezia e Maldive, così lontane e così vicine, accomunate dal pericolo dell’innalzamento dei mari anche a causa della sparizione dei ghiacciai.
La predilezione per gli elementi simbolici della natura e del reale mi ha portato a vincere il Premio Terna (2009) che mi ha permesso una significativa residenza all’ISCP di New York.
Prima Terna, agenzia di distribuzione unica dell’energia nel bel paese, quindi ora RWE in Germania ed Europa. Ma anche un’altra energetica, Dolomiti Energia, che è stata mio sponsor alla Biennale di Venezia 2011 in occasione della mia personale, «Concilio», collateral event nella Chiesa di San Gallo, a cura di Gregor Jansen. Con Dolomiti Energia concretizzerò entro fine anno un’installazione luminosa permanente di grandi dimensioni presso una centrale idroelettrica, la più potente dell’arco alpino. Un’altra vera anteprima, e non posso svelare oltre.

(nota: In Italia Stefano Cagol collabora con Studio Raffaelli, Trento)

© Riproduzione riservata

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